Fine vita: mons. Ricciardi (ausiliare Roma), “il malato terminale non deve essere considerato un peso per famiglia e Stato”

“La nostra cultura, decenni fa, è stata segnata da una fessura che ha provocato un crollo di cui oggi paghiamo devastanti conseguenze. Il profeta Isaia ci insegna però che anche da un tronco, quindi da un albero spezzato, esce un germoglio”. Lo ha detto mons. Paolo Ricciardi, vescovo ausiliare delegato per la pastorale sanitaria della diocesi di Roma, durante il convegno “Liberi di scegliere la vita – suicidio assistito e obiezione di coscienza”, promosso dall’Associazione terapisti cattolici insieme al Rinnovamento nello spirito e all’Associazione liberi avvocati.
Mons. Paolo Ricciardi, ricordando le parole del card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, in relazione al suicidio assistito, ha sottolineato come “la volontà di togliersi la vita anche se attraversata dalla malattia, riveli la mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso”, non solo da parte della famiglia ma anche dello Stato, perché “sulla bilancia dei costi e dei benefici la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa”.
“Ecco – ha ribadito– come delegato della pastorale della salute credo che molto si giochi nella nostra presenza significativa nei luoghi di cura e nelle famiglie. Non mancano infatti segni belli di speranza e di impegno concreto anche da parte dei giovani”.
“A noi cristiani, ci è dunque chiesto, proprio nella visione di una vita senza fine che ci appartiene, di essere più consapevoli del suo valore in ogni istante. In cui anche lo stato terminale diventa un momento iniziale come quello della gravidanza, perché ci conduce ad una rinascita”, ha concluso.

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