Non esistono due Coree È un’unica famiglia

Il Papa lo ha ripetuto più volte ai suoi interlocutori, quasi a volerne fare un asse portante del viaggio in Corea

Non lo ha toccato fisicamente come ha fatto a Betlemme, nel corso del suo pellegrinaggio in Terra Santa, e nemmeno lo ha potuto vedere, ma quel "Muro" invalicabile che è oggi la striscia di terra che attraversa la penisola coreana e che serve come zona cuscinetto tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, divise dalla guerra del 1950-1953, è sempre stato nei pensieri, nelle riflessioni e nelle preghiere di Papa Francesco durante tutta la sua visita nella "terra del calmo mattino". Sin dal suo arrivo a Seoul, il 14 agosto, quando rivolgendosi alla presidente coreana, Park Geun-hye, aveva parlato di "una terra che ha sofferto lungamente a causa della mancanza di pace", esprimendo apprezzamento "per gli sforzi in favore della riconciliazione e della stabilità nella penisola coreana" e incoraggiandoli, poiché considerati "l’unica strada sicura per una pace duratura. La ricerca della pace da parte della Corea è una causa che ci sta particolarmente a cuore perché influenza la stabilità dell’intera area e del mondo intero, stanco della guerra". Parole importanti macchiate da Pyongyang con un lancio, nello stesso giorno, di tre missili nel mare del Giappone. L’ultimo di una lunga serie. 

Ma il Papa non ha desistito, anzi… Ha riproposto il tema della divisione, della riconciliazione e della pace in ogni discorso esortando soprattutto i giovani a non disperdere la grande eredità lasciata dai martiri coreani e a lavorare "per riconciliare questa famiglia coreana". Al punto di rispondere così ad una giovane che gli chiedeva della divisione tra i fratelli delle Coree: "Ma ci sono due Coree? No, ce n’è una, ma è divisa, la famiglia è divisa. Come aiutare affinché questa famiglia si unisca? Pregare per i nostri fratelli del Nord: che non ci siano vincitori né vinti, soltanto una famiglia, che ci siano soltanto i fratelli". La convinzione "ferma e perseverante" del Pontefice argentino, è che la pace, in Corea come dovunque, "può essere raggiunta mediante il dialogo e l’ascolto attento e discreto, piuttosto che attraverso reciproche recriminazioni, critiche inutili e dimostrazioni di forza. La pace non è semplicemente assenza di guerra, ma opera della giustizia. E la giustizia, come virtù, fa appello alla tenacia della pazienza; essa non ci chiede di dimenticare le ingiustizie del passato, ma di superarle attraverso il perdono, la tolleranza e la cooperazione" e "promuovendo una cultura di riconciliazione e di solidarietà". Giustizia, riconciliazione, tolleranza, cooperazione e perdono: queste le coordinate da seguire per giungere alla pace. Temi non certo nuovi per Bergoglio che dal santuario di Haemi, luogo simbolo delle persecuzioni anticristiane, dove ha incontrato i vescovi dell’Asia, ha voluto tendere la mano a tutti quei Paesi asiatici, tra cui la Cina, che ancora non hanno relazioni diplomatiche con la Santa Sede, specificando, in un significativo passaggio a braccio, che "questi cristiani non vengono come conquistatori, non vengono a toglierci la nostra identità. Ci portano la loro, ma vogliono camminare con noi". Per dialogare servono "empatia, accoglienza sincera, apertura di mente e cuore". 

In Corea Francesco ha chiamato in causa i cristiani e i cattolici locali ai quali ha affidato un messaggio durante la "Messa per la pace e la riconciliazione", ultimo atto del suo viaggio. "Abbiate fiducia nella potenza della croce di Cristo! Accogliete la sua grazia riconciliatrice nei vostri cuori e condividetela con gli altri! Vi chiedo di portare una testimonianza convincente del messaggio riconciliatore di Cristo nelle vostre case, comunità e in ogni ambito della vita nazionale. Il dono divino della riconciliazione, dell’unità e della pace – ha affermato il pontefice – è legato alla grazia della conversione: si tratta di una trasformazione del cuore che può cambiare il corso della nostra vita e della nostra storia, come individui e come popolo". Chiave di volta di questo cammino di trasformazione è il perdono, "la porta che conduce alla riconciliazione". La croce di Cristo, secondo Papa Francesco, rivela "il potere di Dio di colmare ogni divisione, di sanare ogni ferita e di ristabilire gli originali legami di amore fraterno". Parole che richiamano altre ferite aperte nella società coreana come quelle dei rifugiati nordcoreani, delle ex "comfort women", le schiave sessuali dei soldati giapponesi o degli operai licenziati dalla Ssangyong Motor. 

Un impegno gravoso che non dà il tempo alla Chiesa coreana di cullarsi sui numeri che la vedono in costante crescita ma anche sempre più esposta al rischio di secolarismo che si sta diffondendo nel Paese. Gravoso e spinoso come la corona di spine che Francesco ha avuto in dono dall’arcivescovo di Seoul nonché amministratore apostolico di Pyongyang, cardinale Andrew Yeom Soo-jung. Una corona realizzata con il filo spinato che segna la separazione, all’altezza del 38mo parallelo, della famiglia coreana e che il Papa ha portato con sé a Roma. Per continuare a pregare.
dall’inviato Sir a Seoul, Daniele Rocchi
(18 agosto 2014)

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