Assisi attende il Papa

Dopo l'elezione, monsignor Domenico Sorrentino ha raccolto in un istant book le sue riflessioni dalla terra del Poverello. La scelta di chiamarsi Francesco? "Ci sentiamo onorati, ma anche responsabilizzati"

Un testo nato "sull’onda delle emozioni e dei desideri": così monsignor Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e vice presidente della Ceu (Conferenza episcopale umbra), definisce il suo libro "Un Papa di nome Francesco. Riflessioni dalla terra del Poverello", scritto dopo l’elezione di Papa Bergoglio e pubblicato nella collana tascabile "Terebinto" dell’editrice Cittadella (Assisi).

Eccellenza, come è nata l’ispirazione di questo libro dedicato a Papa Francesco?
"Ero incollato, come tanti, al televisore, guardando con animo commosso e un po’ ansioso la fumata bianca. Ascoltare – all’habemus Papam – il nome di Francesco, mi ha fatto fare un salto di gioia. Cos’altro poteva fare il vescovo di Assisi? Sentirmi il cuore battere di gioia, e mettermi al computer a fissare i sentimenti del cuore, che sgorgavano a fiotti, è stato tutt’uno: ne è nato, per i tipi della Cittadella, il tascabile ‘Un Papa di nome Francesco’. Non è una ‘vita’ o una presentazione del Papa. Altri lo hanno fatto e lo stanno facendo. Io ho semplicemente ‘reagito’ alle sue prime parole e ai suoi primi gesti. Come il sottotitolo dice, nient’altro che ‘riflessioni dalla terra del Poverello’".

Cosa significa per la sua diocesi e per tutta l’Umbria la scelta di Papa Bergoglio di chiamarsi Francesco?
"Ci sentiamo onorati, ma anche responsabilizzati. Se già prima questa città e questa Chiesa erano ben note nel mondo, forse oggi saremo guardati con attenzione, e con attesa, ancor maggiore. Papa Francesco ci invita a riscoprire il nostro Santo e soprattutto, alla sua scuola, il Vangelo di Gesù. Tra Assisi e San Francesco c’è una connessione inscindibile. Il Poverello si fece missionario dell’intera Chiesa, ma non ruppe mai il rapporto con la sua terra natale. I primi francescani si chiamavano ‘penitenti di Assisi’. Qui, ad Assisi, la sua conversione, qui la chiesetta di San Damiano che egli restaurò e dove il crocifisso gli parlò, qui il tugurio di Rivotorto dove abitò con i primi compagni, qui il vescovado dove fece la sua ‘spogliazione’, qui la Porziuncola in cui amava pregare e dove volle morire. Qui, infine, nella basilica di San Francesco, le sue spoglie mortali. Insomma, questa Città è tutta segnata da Francesco. E naturalmente da Chiara. Dobbiamo riattualizzare per noi questa grazia, come stimolo al rinnovamento della vita cristiana".

Quanto è attuale, a suo avviso, la richiesta del Signore al Poverello: "Va’, Francesco, ripara la mia casa"?
"Attualissima. Anche perché essa non significava solo il compito ecclesiale di Francesco, ma piuttosto si poneva nel suo itinerario come un appello alla sua piena conversione e, partendo da essa, per una missione che sostenesse la Chiesa, come di solito si ricorda facendo riferimento al celebre sogno in cui Innocenzo III vedeva il Poverello sostenere la pericolante basilica del Laterano".

C’è stato un aumento dei fedeli ad Assisi dopo l’elezione di Papa Francesco e, se sì, come pensa che si possa tradurre ciò in un’opportunità di maggiore evangelizzazione?
"In questi giorni Assisi è invasa da turisti e pellegrini. Difficile valutare se c’è un incremento dovuto anche alla ‘propaganda’ – mi si passi la parola – che anche il Papa ci fa con l’assunzione del nome di Francesco. Io mi auguro che tanti vengano soprattutto con il desiderio di mettersi sui passi di Francesco per scoprire Gesù e il suo Vangelo. Per noi significa un nuovo impulso all’accoglienza e all’evangelizzazione".

Quali segni l’hanno maggiormente colpita, che evidenziano il legame del Papa con San Francesco?
"Nel libro ne ho indicati alcuni: a partire dall’umiltà con cui il Papa ha cominciato il suo ministero chinandosi e chiedendo al popolo una preghiera per lui. E poi la semplicità del tratto, l’accento posto sulla ‘fraternità’. Ed ovviamente l’evocazione dei poveri, con la prospettiva di una Chiesa povera e per i poveri: nel libro ho un capitoletto intitolato ‘La sala della spogliazione’, dove ricordo che Francesco si comprende a partire da questa icona in cui lo si vede farsi povero di tutto per Cristo".

Questo Papa, con parole semplici ma che parlano dritto al cuore, sembra indicarci ogni giorno la strada per raggiungere, come ha detto nella messa a San Paolo fuori le mura, la "classe media della santità": cosa ne pensa?
"La santità non è un fatto straordinario, riservato ad eletti. Il Concilio ne ha parlato come vocazione universale. Il che significa che ci si può e ci si deve far santi nel ‘feriale’. Dire che c’è una ‘classe media della santità’ non è abbassare il livello della santità, ma portarla sui passi e nei ritmi della vita quotidiana. Significa andare al cuore della santità, che è fare la volontà di Dio, e farla nella condizione in cui ciascuno è posto. Quando il beato Giovanni Paolo II ne parlava, nella ‘Novo millennio ineunte’, come la ‘misura alta della vita cristiana’ diceva, da altra prospettiva, la stessa cosa. È la sfida della Chiesa per questo tempo di nuova evangelizzazione".

Lei ha invitato Papa Francesco a venire ad Assisi? Ha avuto ancora una risposta?
"L’ho invitato e ho avuto anche una prima risposta interlocutoria, senza data. Lo attendiamo con ansia. Sarebbe tanto bello se potesse passare con noi la prossima festa di San Francesco. Ma vedremo…".

a cura di Gigliola Alfaro

(17 aprile 2013)

Altri articoli in Dossier

Dossier