Un altro gusto

TESTIMONI DIGITALI

"Nella comunicazione del Vangelo oggi c’è qualcosa di nuovo e qualcosa di vecchio. Il nuovo è, naturalmente, la buona notizia, spumeggiante e dirompente come un vino novello; il vecchio è paradossalmente la comunicazione, che è soggetta a innovazioni rapide e presto datate, a mutamenti che cominciamo a comprendere solo quando sono passati". Lo ha detto questa mattina mons. Domenico Pompili, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, durante la relazione di apertura dell’ultima giornata di lavori del convegno "Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale". In un’affollata Aula Paolo VI, mons. Pompili ha ricordato che "il digitale è solo il più recente, mutevole scenario che ci interpella, il futuro in cui rischiamo di arretrare" e "a chi come noi è chiamato ad assaggiare e far gustare la novità dentro questa condizione in perenne divenire è richiesta a prima vista una impossibile missione" che "però non può essere elusa". Condizioni preliminari. Per poter comunicare con efficacia nel nuovo sistema digitale, ha proseguito mons. Pompili, occorrono alcune "condizioni preliminari": "La prima è certamente l’intenzionalità, cioè la consapevolezza di ciò che ci sta a cuore e l’impegno a condividerlo, senza dissimulare la propria identità". Una seconda condizione è "la capacità di avvicinare l’altro, cioè il nostro interlocutore. Se manca la disponibilità ad ascoltare chi ci sta di fronte, cioè realmente la voglia di entrare nel suo mondo e di ospitarlo nel nostro, qualsiasi comunicazione è depotenziata". Un terzo elemento, ha aggiunto mons. Pompili, consiste nell’"imparare i linguaggi e le nuove forme di comunicazione, cioè entrare dentro il mondo per noi cifrato che altri abitano con naturalezza (pensiamo a quel che scrivono i nostri adolescenti su Facebook!)". La condizione fondamentale, tuttavia, è "la credibilità che ciascun testimone, anche in versione digitale, deve poter assicurare per garantire la tenuta del proprio agire comunicativo".Autenticità e affidabilità. Per mons. Pompili, "la Chiesa non fa testimonianza nei media (solo) perché ne possiede e gestisce alcuni". Per esserci, infatti, "occorre prima essere, giacché la responsabilità è una questione di ontologia prima che di etica della comunicazione" e "aver cura di sé significa per ciascun animatore della cultura e della comunicazione, così come per qualsiasi professionista dei media, porre in prima istanza l’autenticità e l’affidabilità della propria vita". In questo senso, ha precisato il sottosegretario della Cei, i comunicatori saranno chiamati ad usare "un linguaggio non meno razionale, ma certo meno intellettuale, meno argomentativo ed astratto, in favore di un linguaggio più simbolico e poetico che lasci emergere il legame profondo tra la fede e la vita vissuta, lo stesso linguaggio delle parabole di Gesù insomma". Questo linguaggio, ha concluso mons. Pompili, sarà "capace di risvegliare i sensi, di riaccendere le domande sulla vita, di mostrare un Dio dal volto umano, di proporre la fede in modo non esterno alle battaglie e alle speranze degli uomini".

(24 aprile 2010)

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