Ignorato più che ignoto

"Dio oggi"

“Non esistono più i grandi ateismi. L’ateismo di oggi può di nuovo riprendere a parlare di Dio senza intenderlo veramente”.
Si è chiuso con questa amara considerazione il 12 dicembre a Roma il convegno internazionale “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto”, promosso dal Comitato per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana. La tre giorni ha dato voce alla crisi che viviamo: “Dio oggi non è negato, è sconosciuto”.
Certo, a differenza di quanto avveniva fino ad un recente passato – quando era normale prendere le distanze dalla tradizione cristiana – oggi “le espressioni religiose si moltiplicano” e non mancano coloro che se ne promuovono paladini, “forti dell’ignoranza che domina spesso sovrana sui contenuti religiosi”.
Come le vie di Atene al tempo di san Paolo, anche “le strade delle nostre città sono tornate cariche di nuovi idoli”: c’è tanta emotività, ma scarsa razionalità; soprattutto, non significa ancora che ci sia fede.
Anzi, il convegno ha avvertito che chi ne fa un uso strumentale finisce col “rodere alla base quel comune senso religioso che è ancora presente nel nostro Paese, rendendo sempre più debole la domanda religiosa e, soprattutto, la sua scelta consapevole e libera”.

Sulla piazza del nostro tempo si avverte invece la necessità di “nuovi Paolo di Tarso, coscienti di essere portatori di una buona notizia”.
Buone notizie. Solo qualche giorno prima, in occasione della festa dell’Immacolata, il Papa – recandosi in Piazza di Spagna per il tradizionale atto di venerazione alla Madonna – ha denunciato lo scempio compiuto dai media: “Nella città vivono o sopravvivono persone invisibili”; la cronaca le riduce a “corpi e questi corpi perdono l’anima, diventano cose, oggetti senza volto, scambiabili e consumabili”, quando “balzano in prima pagina e vengono sfruttati fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione”. Quella città che “prima nasconde”, poi “espone al pubblico senza pietà o con una falsa pietà”.
È difficile sottrarsi a questo meccanismo perverso, paragonabile – secondo l’immagine del Papa – ad un’aria inquinata: avvilisce la professione del giornalista, che finisce con l'”amplificare il male”, rincorrendo la spettacolarizzazione ed applicando una lettura ideologica a ciò che accade; umilia il lettore, abituandolo “alle cose più orribili” e “facendolo diventare insensibile: il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono”

La città è altro. È fatta – direbbe ancora Benedetto XVI – di volti, davanti ai quali fermarsi come sulla soglia del Mistero: “In ogni uomo c’è il desiderio di essere accolto come persona e considerato una realtà sacra, perché ogni storia umana è una storia sacra e richiede il più grande rispetto”.
Passa da questa strada anche la conoscenza del volto di Dio, rivelato in Gesù di Nazareth. Per coglierne un riflesso le tinte forti e gridate devono far cedere a toni diversi. Alla semplicità e alla disponibilità dei pastori del Natale.
In questi giorni allestiamo il presepe nelle nostre case e nelle nostre piazze: è un’usanza significativa, anche se – avverte puntualmente il Papa – “ripetere un gesto tradizionale non basta: bisogna cercare di vivere nella realtà di tutti i giorni quello che il presepe rappresenta, cioè l’amore di Cristo, la sua umiltà, la sua povertà”.

Ivan Maffeis
direttore “Vita Trentina” (Trento)

(18 dicembre 2009)

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