Non è una nostra idea

"Dio oggi"

“La facoltà che ci consente di ricercare Dio è la ragione” e la Sua “traccia nel mondo siamo noi stessi” ossia l’uomo, mentre “somiglianza con Dio significa capacità di verità”. Questi, in estrema sintesi, i punti cardine della riflessione (testo integrale: clicca qui) con la quale il filosofo tedesco Robert Spaemann è intervenuto nel pomeriggio del 10 dicembre alla prima sessione del convegno internazionale “Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto”, promosso a Roma fino al 12 dicembre dal Comitato per il progetto culturale della Cei.

Creazione e volontà divina. “La creazione non è un evento nel quale noi c’imbatteremo un giorno studiando la storia del cosmo” avverte Spaemann: “creazione” definisce “la relazione che sussiste fra l’intero processo cosmico e la sua origine extracosmica, cioè la volontà divina”. “Che le cose stiano in questo modo lo dice un’antica diceria, la diceria intorno a Dio – aggiunge (riferendosi implicitamente al titolo del suo ultimo volume, “La diceria immortale”, ndr) – contro la quale”, a differenza dello scientismo, definito da Ludwig Wittgenstein, il padre della filosofia analitica moderna, come “superstizione della modernità”, fino ad oggi “le scienze non hanno formulato un solo serio argomento”. Per Spaemann la scienza moderna “è ricerca di condizioni, non si domanda che cosa è qualcosa e perché è, ma quali sono le condizioni del suo sorgere”; per questo “l’incondizionato, dunque Dio, per definitionem non può comparire all’interno di una ricerca di condizioni intramondana”. “O Dio c’è – postula – oppure l’autocomprensione dell’uomo in quanto essere di ragione, vale a dire in quanto persona, è una illusione”.

Un rovesciamento di prospettiva. “Ragione, ratio, significa tanto ragione quanto fondamento. La visione scientifica del mondo – osserva ancora Spaemann – considera il mondo e dunque anche se stessa come priva di un fondamento. La fede in Dio è la fede in un fondamento del mondo”. Perciò “colui che crede in Dio” crede “in una fondamentale razionalità della realtà”, crede “che il bene sia più fondamentale del male” e che “la potenza assoluta e il bene assoluto abbiano lo stesso riferimento: la santità di Dio”. “È importante – avverte il filosofo – sottolineare questo oggi”, dove “addirittura i sacerdoti” parlano “soltanto di Dio buono”. Il discorso “su Dio che è amore, smarrisce il suo punto sconvolgente se passa sotto silenzio” che “Egli è la Potenza che guida la nostra esistenza e il mondo. Soltanto tale Potenza, infatti, può salvarci dalla morte”. Sono proprio ragione e coscienza (quest’ultima intesa come “la voce della ragione pratica”) a farci conoscere “l’unità di questi due assoluti, onnipotenza e amore”. “La facoltà che ci consente di ricercare Dio – afferma ancora Spaemann – è la ragione”, ossia “la capacità con la quale l’uomo oltrepassa se stesso” e “può porsi in relazione con una realtà che lo trascende”. “Credere che Dio esista, significa che Egli non è una nostra idea, ma che noi siamo una sua idea. Significa dunque ‘rovesciamento’ della prospettiva”.

L’uomo, traccia di Dio nel mondo. Quanto alla ricerca di segni dell’esistenza del Creatore, “in primo luogo – puntualizza il filosofo – si deve dire che la visione evoluzionista dell’Universo favorisce la fede in Dio”. Pensare ad una origine involontaria della vita e dell’autocoscienza “come risultati di processi materiali” e “di mutazioni casuali”, non può spiegare “il dolore e il piacere”. “La traccia di Dio nel mondo”, chiarisce Spaemann, “è l’uomo, siamo noi stessi. Tuttavia questa traccia ha la peculiarità di coincidere con il suo scopritore, e dunque di non esistere indipendentemente da lui. Quando noi, vittime dello scientismo, non crediamo più in noi stessi, chi e che cosa siamo, quando ci lasciamo persuadere di essere soltanto macchine per la diffusione dei nostri geni” e “consideriamo la nostra ragione soltanto come prodotto di un adattamento evolutivo, che non ha nulla a che fare con la verità, e quando l’autocontradditorietà di questa affermazione non ci sgomenta”, allora, è il monito di Spaemann, “non possiamo attendere che qualcosa ci possa convincere dell’esistenza di Dio”. Anche se “Dio esiste del tutto indipendentemente dal fatto che noi lo riconosciamo”.

Capacità di verità. Sul concetto di “somiglianza con Dio”, il filosofo chiarisce: “Essa significa capacità di verità. La personalità dell’uomo sta e coincide con la sua capacità di verità”, anche se “questo viene oggi posto in questione da biologi, teorici dell’evoluzione e delle neuroscienze”. Secondo il relatore, “il fatto che l’uomo sia completamente natura”, può “non essere letale per l’autocomprensione dell’uomo” solo “a condizione che la natura, per parte sua, sia stata creata da Dio e la creazione dell’uomo corrisponda ad una intenzione divina”. Dio, precisa Spaemann, “agisce tanto attraverso il caso quanto attraverso leggi naturali. Se i biologi parlano di ‘folgorazione’ e di ‘emergenza’ per esorcizzare con le parole l’inesplicabile”, credere in Dio significa allora “avere un nome per questa irruzione del nuovo, un nome che, in fondo, non riduca il nuovo soltanto all’antico, il nome creazione”. “La capacità di verità – conclude – si può comprendere soltanto come creazione”.

(10 dicembre 2009)

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