Un servizio alla coscienza

Forum di Bibione

Provengono da 74 diocesi, sparse in 16 regioni italiane, i circa 400 “Portaparola” convocati, da ieri fino a domenica prossima, a Bibione (Venezia) per il loro primo forum nazionale. Promotore dell’iniziativa il quotidiano Avvenire, unitamente alla parrocchia di Bibione della diocesi di Concordia-Pordenone. Dopo il primo giorno di lavori, che ha avuto al centro la relazione del card. Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente del Comitato Cei per il progetto culturale, oggi porterà il saluto della diocesi ospitante il vescovo, mons. Ovidio Poletto, e interverrà il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco. Domani, invece, relazione del patriarca di Venezia, card. Angelo Scola, e presentazione delle “risorse dei Portaparola”, ossia di tutti quei media cattolici la cui conoscenza è alla base dell’impegno di ogni animatore. La conclusione dei lavori, domenica, sarà con la messa nella parrocchia di Bibione concelebrata dal vescovo di Albano, mons. Marcello Semeraro, e da mons. Poletto.

Un contributo significativo. “Lavorare insieme per produrre qualcosa di globalmente significativo”. È l’invito che il card Camillo Ruini ha rivolto ai “Portaparola” presenti a Bibione. Nella società attuale, ha precisato Ruini, servono “persone e organismi che sappiano captare, interpretare e guidare” i processi in corso, in particolare quelli dove la posta in gioco sono i valori fondamentali. Un servizio culturale a cui la Chiesa chiama tutti gli “animatori della comunicazione e della cultura”, di cui proprio i “Portaparola” rappresentano un’incarnazione specifica, “non solo come singoli, ma dentro a quella realtà specifica che è la Chiesa italiana”. L’obiettivo di fondo, ha ricordato, è quello di “superare il gap tra la «cultura pubblica» e la presenza capillare della Chiesa in mezzo alla gente”, in un orizzonte dove “molta gente, anche non credente, rimane perplessa e spaventata di fronte alla riduzione dell’uomo a particella della natura”, voluta da una certa “cultura laicista”.

Il grande bivio. Infatti, è proprio questo il “grande bivio” di fronte al quale si trova l’umanità: “Accettare che l’uomo sia solo una particella della natura, o mantenere l’assunto iniziale che egli è immagine di Dio?”. Un “bivio” che sta sullo sfondo della questione antropologica, la quale non è certo recente, “poiché l’uomo da sempre si pone domande riguardo a se stesso”, ma oggi assume “una nuova dimensione” che si rifà alla conoscenza scientifica e alla sua pretesa di avere un valore assoluto. Il porporato ha messo in guardia dal rischio “di pensare che l’unica conoscenza umana valida sia quella che può essere misurata e verificata scientificamente”. Così, infatti, “Dio uscirebbe dall’orizzonte della conoscenza e, in un certo modo, pure l’uomo”. Infatti, ad essere esclusa sarebbe “la sua soggettività, in quanto non misurabile e verificabile, e l’uomo finirebbe per essere ridotto a oggetto”.

Sanare le ferite. Il card. Ruini ha dunque richiamato la responsabilità dei cristiani a “orientare” questo processo antropologico, ricordando come papa Benedetto XVI abbia più volte esortato a “rifiutare una razionalità solo scientifica e tecnica, riconoscendo il valore di una razionalità umana che non perda di vista i grandi interrogativi della vita”. “Non possiamo rassegnarci”, ha ammonito, a quel “profondo disagio” che vive oggi ogni uomo, originato da “una dicotomia che vede da una parte una razionalità scientifica che si assolutizza e tende a spersonalizzare l’uomo, dall’altra un impulso profondo ad affermare la centralità dell’uomo, la sua libertà e i suoi diritti”. La soluzione, però, non sta nel “tornare indietro”, ma nel “superare dal di dentro questa divisione”, facendo in modo che “il modello scientifico non espunga la questione dei valori, dell’unicità della vita, della dignità di ogni essere umano, e in fin dei conti la questione di Dio”. “Compito dei cristiani – ha sottolineato – non è essere di freno, ma propulsivi e risanatori, per sanare quella ferita profonda che c’è nell’uomo di oggi”.

Cerniera tra il lettore e la redazione. Aprendo i lavori, il direttore di Avvenire, Dino Boffo, ha delineato il “Portaparola” come colui che “fa da congiunzione” tra il pubblico di Avvenire e la sua redazione, “mettendoli in un rapporto fecondo tra loro”. Alla base dell’impegno del quotidiano cattolico nazionale nel promuovere questa figura, ha precisato Boffo, “la voglia di dar forma a una nuova figura di volontariato nella Chiesa, cerniera tra la parrocchia e il mondo in cui la parrocchia è inserita”. Una figura che si pone “accanto al catechista, all’animatore della liturgia, al volontario Caritas” e “si fa carico della dimensione culturale”. Dimensione che “assume una valenza subito concreta se rapportata ai media d’ispirazione cristiana, quali strumenti che da una parte propugnano un modo di valutare la vita, il lavoro, l’amore, la sessualità, il tempo libero; dall’altra si confrontano con gli altri strumenti, e i relativi messaggi, della cultura laica, che non raramente da noi è anche laicista”.

(25 aprile 2008)

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