No ai “miti alternativi”

da Sir 44/2003

Se fossero gli italiani a “scegliere democraticamente” sull’efficacia o meno delle nuove scoperte scientifico-tecnologiche, rischierebbero di decidere “solo sulla base delle emozioni”. A parlare al Sir della “distanza” tra cittadini e mondo della ricerca (ma anche dei modi per tentare di colmarla) è Gabriele Falciasecca , docente di Ingegneria all’Università di Bologna e presidente della Fondazione “Guglielmo Marconi”, tra i relatori del secondo seminario preparatorio alla 44ª Settimana sociale (Bologna, ottobre 2004), che si svolgerà il 21 giugno, a Firenze, sul tema “Speranze e timori della scienza e della tecnologia” (cfr. Sir nn. 36-37-40/2003). Secondo l’esperto di telecomunicazioni, una “opportunità di sviluppo in senso più o meno democratico” del rapporto tra società civile e mondo scientifico-tecnologico potrebbe essere quello della prossima “rivoluzione digitale” televisiva, che “potrebbe portare ad un allargamento democratico, con più pluralismo, più partecipazione degli utenti, più frequenze a disposizione, o al contrario diventare appannaggio dei ‘soliti noti’ che dominano il settore”.

Scienza e tecnologia: più “timori” o più “speranze”?
“La grossa preoccupazione è che, almeno in Italia, non saremo più in grado di ‘produrre’ né scienza, né tecnologia… Il timore, infatti, viene dalla scarsità dei finanziamenti pubblici e dall’atteggiamento dei privati nei confronti di tali ambiti. Le speranze, di conseguenza, sono che nel nostro Paese possa proseguire l’attuale momento di benessere, con l’offerta di posti di lavoro qualificati, che oggi non possono prescindere dall’unione tra scienza e tecnologia, visto che è da questi due settori – sempre più inscindibilmente legati – che hanno avuto origine buona parte di quei miglioramenti, anche di tipo democratico, registratisi in Italia nel recente passato. Al di là di tutto, però, c’è il fatto che la scienza e la tecnologia sono strumenti molto potenti, e spesso non si hanno le capacità per gestirli in modo adeguato. Mi riferisco, in particolare, all’inadeguatezza culturale, sul piano tecnico-scientifico, del nostro Paese: qualora la popolazione, infatti, fosse chiamata a decidere democraticamente se i risultati delle nuove scoperte sono ‘razionali’ od opportuni, il pericolo sarebbe quello che la scelta dei cittadini italiani si basi solo sull’emotività, dovuta alla scarsa conoscenza della ‘posta in gioco’”.
Come colmare, allora, la “distanza” tra il mondo scientifico e la gente?
“Innanzitutto, cercando in tutti i modi di introdurre le capacità per comprendere il metodo scientifico, nelle scuole ma anche attraverso i media. In questi ultimi, infatti, tranne qualche lodevole eccezione, si fa di tutto tranne che spiegare come il processo scientifico si traduca in un metodo che comporta fatica, lentezza, pazienza nel raggiungere i risultati. Quanto si parla sui giornali o in tv di scienza e tecnologia, si passa regolarmente dall’entusiasmo per il grande ‘scoop’ o la grande invenzione, alla delusione o al ‘tutto da buttar via’ nel caso di errori od esiti scientifici o tecnologici sbagliati”.

Senza contare i condizionamenti del “mercato”…
“Anche qui gli equivoci e i fraintendimenti sono in agguato… Le gente, in genere, ha molta paura quando sente parlare di finanziamenti privati alla ricerca. In realtà, invece, quello dell’alternativa tra finanziamenti pubblici e finanziamenti privati è un falso problema: tutto sta a vedere a quali condizioni il finanziamento, da qualunque fonte provenga, viene concesso. Il problema vero, semmai, in un mondo globalizzato sta nel controllo generale che arriva da un certo tipo di finanza, e che alla fine è in grado di condizionare tutto. Basti pensare, nel campo delle telecomunicazioni, alla ‘bolla speculativa’ che poco tempo fa ha fatto prima esplodere e poi crollare i mercati, passando come un uragano e facendo prima ‘volare in alto’ le quotazioni di borsa, poi portando a ‘tagliare’ del 50% i posti di lavoro del settore”.

Cosa può fare la comunità ecclesiale per contribuire ad “umanizzare” il potere scientifico e tecnologico?
“Può aiutare prima di tutto ad evitare la creazione di ‘miti alternativi’ alla scienza e alla tecnologia. Uno di questi è l’esaltazione della natura intesa come qualcosa di ‘immodificabile’: l’uomo fin dalla Creazione ha sempre modificato l’ambiente circostante, e tale intervento è del tutto ‘naturale’, se avviene non a discapito della natura stessa; certo, tutto ciò richiede un supplemento di responsabilità, necessario anche nella altrettanto artificiosa contrapposizione tra ‘naturale’ e ‘virtuale’. Nessuno, oggi, può negare la potenza straordinaria di Internet, che però a sua volta è soggetta a distorsioni o manipolazioni. Anche in questo caso, la Chiesa può educare ad un maggiore ‘senso critico’, ad esempio per reagire all’omologazione totale o all’appiattimento cui Internet può portare, attraverso le offerte ‘da supermercato’ dei motori di ricerca, che rendono arduo distinguere tra informazione-spazzatura ed offerte veramente qualificate, come quelle di università o centri di ricerca. Senza contare la sempre crescente ‘presenza in rete’ delle nuove generazioni, chiamate a scegliere tra ‘il mondo a casa nostra’ (con una chiusura nel proprio ‘angolo’ virtuale) o ‘tutto il mondo diventa casa nostra’, dove Internet è uno strumento importante ma che non annulla il primato delle relazioni umane”.

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