Il pungiglione sconfitto

“Tutti saremo trasformati... al suono dell’ultima tromba... La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?... Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. In questi versetti di 1 Corinti 15 c’è il senso dei due giorni di festa dei Santi e dei Morti.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Tutti saremo trasformati… al suono dell’ultima tromba… La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?… Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. In questi versetti di 1 Corinti 15 c’è il senso dei due giorni di festa dei Santi e dei Morti. Le due festività sono unite nell’unico mistero della risurrezione di Gesù, che diventa la nostra stessa speranza. Se i santi sono davanti a Dio, i morti sono i santi di casa nostra, i nostri parenti ed amici anche loro davanti a Dio. Né gli uni né gli altri ci sono per meriti propri, ma per la misericordia del Padre. In questi giorni la festa è quella della sua misericordia manifestata a noi nel Figlio incarnato. Secondo papa Francesco è il messaggio più forte del Vangelo. In quei giorni andremo pellegrini nei cimiteri a trovare i nostri morti. Uno dei sentimenti più diffusi è la nostalgia di coloro che non sono più fra noi. L’insegnamento ci arriva sobrio, esigente e veritiero sul significato della vita e della speranza, che a noi è stata data dalla risurrezione di Gesù. La domanda che ci poniamo è sulla loro attuale collocazione. Si fa presto a dire: sono di fronte a Dio. Noi non sappiamo cosa significa. Il tempo trasforma il dolore iniziale in una dolcezza di sentimenti che rende il ricordo un desiderio di comunione con i nostri morti. La fede risponde indicando la comunione dei santi, quella che ci unisce e ci ricorda la forza del legame reso più forte dalla misericordia di cui anche noi, con loro, possiamo godere. Questo tempo, secondo il Papa, è il tempo della misericordia. “Questo cambio di epoca… ha lasciato tanti feriti, tanti feriti. E la Chiesa è madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia”. Il significato del termine in ebraico, “rahamim”, indica l’amore viscerale della madre, il suo profondo legame col bambino, da cui scaturisce un particolarissimo rapporto di tenerezza e comprensione che è tenace per tutta la vita. Isaia dice: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. E Osea: “…Ero per loro come chi solleva un bimbo alla guancia; mi chinavo su di lui (il suo popolo) per dargli da mangiare”. Il chinarsi di Dio è l’incarnazione del Figlio che per noi umiliò se stesso, assunse la condizione di servo, assunse la nostra morte e ce ne ha liberati.

(*) direttore de “Il Momento” (Forlì)

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