C’è un’Europa che amo

Criticare l’Unione europea è non solo legittimo, ma anche salutare; le critiche però non devono essere aprioristiche e pretestuose. L’Europa è un’opera incompiuta, ma è la nostra Casa comune. L’alternativa è un coacervo di staterelli nazionali impotenti e ininfluenti (eccettuata la Germania) di fronte ai problemi di un mondo globalizzato. La costruzione dell’Europa non sarà certamente un dono che piove dal cielo, ma il frutto di una volontà tenace e positiva, e con il pensiero rivolto alle future generazioni.

“I miei nonni erano uno italiano, l’altro ceco; le mie nonne tedesca e francese. Io sono francese, ma anche tedesca, come pure italiana. Io sono europea”. Suor Audrey Pascale, della Fraternità monastica di Gerusalemme, è lei stessa un messaggio per noi che partecipiamo al convegno sull’Europa, organizzato per celebrare i 120 anni de il Piccolo, settimanale cattolico di Faenza, e i 100 anni del “cugino” forlivese Il Momento. Ed è solo la prima di una batteria di giovani che seguono e che provengono dagli Erasmus e dalle forme di volontariato previste per favorire gli scambi nell’Unione europea e che quasi ci gridano in faccia: cosa volete fare della nostra Europa?
Fa impressione notare la differenza fra la logica individualista ed utilitarista con cui gran parte del mondo degli adulti guarda all’Europa e la coscienza che questi giovani hanno di essa come Casa comune. Il popolo dell’Erasmus è figlio di una cultura che vede come il fumo negli occhi derive nazionalistiche, populistiche e liberistiche che contrappongono al bene comune nuove ideologie, interesse economici privatistici, l’idolatria della tecnica, del denaro e del potere.
Certo criticare l’Unione europea è non solo legittimo, ma anche salutare; le critiche però non devono essere aprioristiche e pretestuose. L’Europa è un’opera incompiuta, ma è la nostra Casa comune. L’alternativa è un coacervo di staterelli nazionali impotenti e ininfluenti (eccettuata la Germania) di fronte ai problemi di un mondo globalizzato.
Se il legame fra gli stati si indebolisce ed il progetto di una vera democrazia politica si allontana (e questo è quel che vogliono i sovranisti) l’Europa non ha futuro. Dunque occorre lavorare per una democrazia politica europea che presupponga un’ unione morale di popolo. Aiutati dalla concretezza dei mercati occorre costruire un’unione di popoli. Questa era l’idea di chi l’ha voluta. Occorre tornare al concetto di persona e di bene comune, che stava alla base dell’intento dei padri fondatori, concetti che ci riportano di nuovo al primato della politica rispetto a quello dei mercati e della finanza. La costruzione dell’Europa non sarà certamente un dono che piove dal cielo, ma il frutto di una volontà tenace e positiva, e con il pensiero rivolto alle future generazioni.

(*) direttore “Il Ponte” (Rimini)

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