La dignità dei fragili

Da una parte è venuta meno la sensibilità verso la dignità dei deboli, che un tempo Chiesa e istituzioni educative trasmettevano. Dall’altra, emerge un’indifferenza diffusa verso queste persone. Cosa è venuto meno alla generazione degli adulti così falliti nel compito educativo? Una famiglia e una società che giustificano la violenza, da cui scaturiscono atti contro i fragili, si riducono ad una spelonca di furfanti senza futuro

La dignità delle persone è intrinseca e non dipende dalla loro situazione. Per le religioni che fanno riferimento alla Sacra Scrittura, c’è il valore di immagine di Dio. Per i cristiani, in particolare, vale quanto disse Giovanni XXIII nella Pacem in terris, cioè che la grandezza e la dignità delle persone è ancora più chiara se consideriamo che il Figlio di Dio si è fatto uomo. In particolare, nell’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, il diritto dei poveri è ancora più difeso da Dio proprio perché deboli e in balia delle eventuali angherie dei ricchi e dei potenti.
Dio davvero non fa misure uguali tra disuguali. Il suo agire avviene nell’equilibrio dell’uguale amore per tutti: al ricco Gesù chiede di distribuire la ricchezza ai poveri, mentre a questi porta “il lieto annuncio” della liberazione.
Il canto del Magnificat è una significativa sintesi nei versi in cui la Vergine dice dell’Onnipotente: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”.
A partire da questa premessa, dobbiamo chiederci come mai una gang di ragazzini può infierire fino alla morte contro un anziano, in un centro non molto grande, senza che una comunità intera se ne accorga e intervenga. Da una parte è venuta meno la sensibilità verso la dignità dei deboli, che un tempo Chiesa e istituzioni educative trasmettevano. Dall’altra, emerge un’indifferenza diffusa verso queste persone. Le famiglie sono tentate di difendere i ragazzini e affermano “Mio figlio non è un mostro”, quasi ammettendo che quella è la normalità. Lo stesso dicasi per il padre di un autore di stupro che interviene suggerendo al figlio di nascondere le prove, invece di indurlo a pentirsi e a consegnarsi alla giustizia, chiedendo perdono della grave offesa fatta a una donna. L’amore dei genitori che giustifica senza educare e difendere la dignità dell’oppresso e del debole è un amore che fa il male dei figli, della famiglia e della società. Cosa è venuto meno alla generazione degli adulti così falliti nel compito educativo? Non è solo l’individualismo. C’è anche l’idea della trasgressione. Questa può essere positiva contro regole ingiuste: per definirle giuste o meno, però, occorre che insieme siano trasmessi valori etici oggettivi. Una famiglia e una società che giustificano la violenza, da cui scaturiscono atti contro i fragili, si riducono ad una spelonca di furfanti senza futuro.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì-Bertinoro)

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