Uscire per sperimentare

Credere nei giovani significa mettersi al loro fianco, non per scimmiottarli in patetici giovanilismi, ma per camminare insieme. E per fare questo serve una grammatica comune. La loro

foto SIR/Marco Calvarese

“La vita non è un problema da risolvere. Ma un mistero da vivere”. È una frase del grande pensatore danese Søren Kierkegaard, attuale più che mai. Su tanti versanti, compreso quello ecclesiale. Vivere è sperimentare, camminare. Uscire da noi stessi per relazionarci con l’altro e vivere il nostro tempo. Un dono, non un problema. Una gioia, non una frustrazione. Parole che tornano forti in questi giorni di Sinodo dei giovani, una sfida per una Chiesa che vuole rinnovare se stessa, mettersi in connessione con un mondo che da troppi è visto come lontano, addirittura come un problema e non come risorsa.

Credere nei giovani significa mettersi al loro fianco, non per scimmiottarli in patetici giovanilismi, ma per camminare insieme. E per fare questo serve una grammatica comune. La loro. Lo ha sottolineato in un intervento illuminante don Lorenzo Voltolin invitato nei giorni scorsi per l’apertura dell’anno pastorale. Occorre un rapporto più empatico, celebrazioni più vive, cui si partecipa e non si “assiste”, omelie che arrivano al cuore delle questioni, ma anche dei fedeli. Non è marketing. È la riscoperta della forza vitale della fede. Per i giovani, gli adulti. Anche per i bambini e per le loro famiglie. Come stanno facendo Fossano e Cuneo nell’interessante cammino che raccontiamo nello speciale sulla Pastorale 0-6 anni questa settimana. Una sfida interessante, non priva di fatiche e di difficoltà, ma necessaria per una Chiesa che ha un sogno. Ed è un sogno in uscita. Senza paura di sperimentare e aprire nuove strade.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossano)

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