Con pavida ma ferma mano

Paolo VI si misurò con la straordinarietà del Concilio presto minata da chi si oppose al vento nuovo; con la violenza del terrorismo e il travaglio di non aver salvato Aldo Moro; con un’opinione pubblica critica e una società che, approvando aborto e divorzio, si andava staccando da valori che erano saldi da secoli. Sentiva di stare su una barca scossa da ininterrotte tempeste. E di doverla salvare.

Santo domenica 14 ottobre. Martire, invece, lo è stato in vita. Non del martirio che imporpora le vesti ma di quello che fa sanguinare cuore e pensieri. Quello segreto che sgretola la fiducia e che non si può confessare.
Non sono parole di irriverenza, piuttosto di commozione di fronte alle intime sofferenze di un papa che seppe resistere, nonostante se stesso, alle fatiche di un periodo storico travagliato. Lo rivela un libro straordinario di mons. Leonardo Sapienza: “La barca di Paolo”.
Paolo VI si misurò con la straordinarietà del Concilio presto minata da chi si oppose al vento nuovo; con la violenza del terrorismo e il travaglio di non aver salvato Aldo Moro; con un’opinione pubblica critica e una società che, approvando aborto e divorzio, si andava staccando da valori che erano saldi da secoli. Sentiva di stare su una barca scossa da ininterrotte tempeste. E di doverla salvare.
Ne era angosciato. La responsabilità della Chiesa e dell’umanità meritavano spalle da Atlante: e lui si sentiva così umano. “Il vescovo è un cuore, dove tutta l’umanità trova accoglienza… Povero cuore di vescovo!” scriveva nel giugno del 1974. E un mese dopo: “La Chiesa da amare, da servire, da sopportare, da edificare, con tutto il talento, con tutta la dedizione, con inesauribile pazienza ed umiltà, ecco ciò che resta sempre da fare, cominciando, ricominciando” (27 luglio 1974). Parole che testimoniano quale fosse il suo scoglio sicuro, la roccia su cui aveva edificato la sua vita. Così, se negli scritti privati emerge aggressiva l’umana fragilità, più tenace ancora è la fede. “Sono Vicario di Cristo, credete che queste parole mi lascino tranquillo, o non mi riempiano di trepidazione, nell’atto stesso in cui le pronuncio? Io… che ho questa immensa, opprimente responsabilità, sono il primo che vi prego: aiutatemi” (10 febbraio 1975).
Si sente solo: “La posizione è unica… mi costituisce un’estrema solitudine… Ora è totale e tremenda. Dà le vertigini. Come una statua sopra una guglia… Niente e nessuno mi è vicino. Devo stare da me, fare da me, conversare con me stesso, deliberare e pensare nel foro interno della mia coscienza…” (5 agosto 1963).
La sofferenza si deposita sul viso ma non vacilla il cuore, saldo su due puntelli: uno è la fede, l’altro è la responsabilità di un sì pronunciato per l’eternità che gli affida le genti del mondo: “Gli altri, che sono miei e di Cristo. Gli altri, che sono Cristo”.
Negli scritti, pubblicati nel volume citato, il tormento interiore si fa lettera e verso. Si fa dimissioni già scritte, che però restano sulla carta. E quel gesto, che anticipa di mezzo secolo quello di Benedetto XVI, si blocca nell’obbedienza dimentica di sé: “Non si può cessare di essere padre”.
“Allontana da me questo calice”: lo disse perfino Gesù nell’orto degli ulivi. Lo si può accettare da Paolo, lo si può perdonare a noi. Come questo papa, ora santo, nelle difficoltà che ci spaurano impariamo a dire: “Stringendo con pavida ma ferma mano il timone della fatidica barca, la spingiamo al largo”.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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