La medicina risponde al male

Da una parte un ministro propone di abolire la legge Mancino che punisce odi razziali ed etnici come l’uso di determinai simboli che, purtroppo, sono tutt’altro che spariti; dall’altra episodi di razzismo – specie contro i migranti e le persone di colore – registrano, da nord a sud dello Stivale, una sequela di una decina di casi in due mesi. È dunque proprio perché si susseguono determinati episodi e in un clima di avvertita tensione che il monito della legge rimane necessario.

Surriscaldato, in quest’Italia e in questo periodo, non è solo il clima. Lo è il governo, lo sono gli animi della gente. Da una parte non passa giorno che una polemica divampi: l’incertezza grava su questioni già decise come vaccini, Tav, Tap e su scelte da fare come nomine Rai e flax tax. Il tutto mentre la cronaca registra orrendi episodi di caccia al migrante. Su questa torta la ciliegina l’ha messa il ministro per la Famiglia e la disabilità, Lorenzo Fontana, con la ri-proposta di abolire la legge Mancino. E un altro subbuglio si è aggiunto al ribollir di parole che neanche ferragosto sembra quietare.
Il risultato è che, tra una provocazione e l’altra, il Paese vive l’incertezza confusa di chi rischia di perdere la direzione.
Tra le tante parole dette, alcune suonerebbero inaccettabili anche se risultassero una boutade, una nota su Facebook lanciata per movimentare l’afa d’agosto.
Ora inaccettabile è che sull’umanità si addensi l’ombra della disuguaglianza. L’uomo non è un elettrodomestico: non c’è la classe superlusso A+, non ci sono le inferiori B, C, D. I popoli si sono uccisi per secoli e ancora si massacrano per questo: è già stato abbastanza, è ancora troppo. Simili proposte necessitano di una ferma riposta. Anche un mozzicone è un niente, ma distrugge la crescita di anni. E gli animi oggi sono già accesi abbastanza.
Le parole sono pietre, edificano o feriscono. Le parole sono semi, germogliano. E dillo oggi e dillo domani, il rischio (un malizioso direbbe la speranza) è che, in chi ascolta, quel dire si faccia verità, quella propaganda si faccia necessità.
Più grave è che questo avvenga specularmente a certe tensioni, a certi episodi. Infatti, da una parte un ministro propone di togliere una legge che punisce odi razziali ed etnici come l’uso di determinai simboli che, purtroppo, sono tutt’altro che spariti; dall’altra episodi di razzismo – specie contro i migranti e le persone di colore – registrano, da nord a sud dello Stivale, una sequela di una decina di casi in due mesi. Il vescovo di Pistoia, mons. Fausto Tardelli, commentandone uno avvenuto nella sua città contro un migrante ospite di una parrocchia, ha usato parole decise: “Oggi siamo seduti su una polveriera e occorre imparare tutti a essere cauti nei gesti e con le parole, perché non accada esattamente il contrario di ciò che vorremmo: che scoppi la guerra dove invece ci vuole la pace”.
Certo, dal fronte politico si è intervenuti a dire che l’abolizione della legge Mancino non è nel programma di governo. Lo hanno fatto il premier Giuseppe Conte, quindi il vicepremier Luigi di Maio e da ultimo il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il primo ha pure definito “sacrosanti gli strumenti di governo che contrastano la propaganda e l’incitazione alla violenza e qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica e religiosa”. Nicola Mancino, padre della legge in oggetto, ne ha confermata la necessità visto “il razzismo strisciante”.
È dunque proprio perché si susseguono determinati episodi e in un clima di avvertita tensione che il monito della legge rimane necessario. La medicina si sospende quando si guarisce; si perpetua se c’è cronicità; si incrementa se il male si mostra più aggressivo.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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