Se la politica rompe anche l’amicizia

Ci sono tanti italiani, forse più di quanti immaginiamo, che si sentono orfani della politica con la P maiuscola perché non trovano uno spazio nel quale riconoscersi

Una sera a cena con amici e va a finire che si parla di politica, di cosa sta succedendo in Italia. Alla fine della lunga serata un grazie reciproco perché si è potuto ragionare, scambiare considerazioni, interpretazioni dei fatti. E la notizia è proprio in questo “grazie” perché il mio amico e sua moglie hanno dovuto ridurre il dialogo con alcuni vicini ed hanno dovuto introdurre la regola del “non si parla di politica” per non perdere gli amici più cari con i quali da lunghi anni condividono gioie e dolori, e vacanze e feste, con i figli cresciuti insieme come fratelli. Prima, prima del 4 marzo, non era così.

C’erano segnali, tendenze, ma dopo il 4 marzo sembra che non conta più se sei amico o no e le scelte di voto sono argomentate in questi termini: “Voglio l’abolizione della Fornero perché voglio andare in pensione subito”. E il peso dei conti che ricadrà sui nostri (suoi) figli, non lo considera? No, vuole solo la sua pensione. Quando si dice che gli italiani hanno votato di pancia si dice di un clima che sta inasprendo le relazioni, anche interpersonali. Sembra che ora tutti si sentano più liberi di esprimere il peggio di sé in termini di aggressività e di giudizi gratuiti. Per ora tutto molto centrato sui migranti (e gli stranieri già si sentono meno graditi anche nei nostri paesi dove tutti si conoscono da sempre). Sembra che l’unica forma di comunicazione “efficace” sia quella strillata e coloro che vogliono ragionare sui fatti (dati reali, non sensazioni e impressioni personali) hanno perso in partenza. Quanti conoscono i dati sulla sicurezza che contraddicono i toni catastrofici con cui se ne parla?

Questi amici, e non solo loro, sono sfiduciati perché non vedono nel panorama politico attuale forze politiche che possano non dico rappresentarli, ma neppure dare loro una prospettiva di un’Italia meno divisa, meno egoista, meno chiusa e più aperta ai grandi valori di solidarietà, di accoglienza, libertà.

Ecco, ci sono tanti italiani, forse più di quanti immaginiamo, che si sentono orfani della politica con la P maiuscola perché non trovano uno spazio nel quale riconoscersi.
Il cardinale Bassetti in una intervista a La Stampa il 23 giugno scorso ha usato un’espressione forte ma efficace: “A volte si ha la sensazione che i migranti siano un tema di ‘distrazione di massa’ rispetto ad altri problemi dell’Italia, dell’Europa e del mondo occidentale. Siamo così passati da un’indifferenza generale a un’ostilità diffusa, fino alla xenofobia. Oggi, attraverso una lettura semplificata, sembra che tutti i problemi delle società occidentali derivino dai migranti. Ma non è così. La crisi economica, morale e sociale ha radici profonde, che tocca le viscere della storia recente e passata”.
In quella stessa intervista il cardinale ricordava che “è da circa un anno che parlo di un’Italia da rammendare: nel suo tessuto sociale, geografico e politico”. E in altre occasioni aveva invitato i cattolici ad un rinnovato impegno in politica, senza indicare il come aveva però sottolineato un’esigenza: quella di un contributo politico che attinga al patrimonio dei cattolici italiani, fatto sì di magistero ma anche di storia e di grandi personaggi che hanno costruito l’Italia.

Dopo la fine della Dc e la dissoluzione dei suoi eredi sembrava che la scelta “vincente” fosse quella dell’impegno a titolo personale nei diversi schieramenti. Una scelta che ancora oggi in molti ritengono sia l’unica praticabile, ma sono in aumento coloro che stanno valutando altre opzioni.
Quale sarà l’esito è ancora presto per saperlo, anche perché è un movimento che parte dalla base.

(*) direttrice “La Voce” (Umbria)

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