Gli italiani hanno paura. Ma perché?

Le ragioni sono molteplici. Un motivo forse è connesso allo stato di salute, non certo ottimale, delle nostre periferie urbane: le maggiori concentrazioni di reati si verificano nelle grandi città, Milano in testa. Una grande responsabilità è da imputare anche ai mezzi di comunicazione, che enfatizzano per motivi di cassa o per visione ideologica le notizie relative ai crimini, indugiando su di esse e sui particolari più scabrosi, e contribuiscono così a dare una rappresentazione ingigantita – e quindi distorta – del problema

“Gli italiani hanno paura”. Lo afferma il recente rapporto sulla sicurezza in Italia, realizzato dal Censis, il Centro studi investimenti sociali, e presentato al pubblico il 27 giugno scorso. “Non più legata esclusivamente al timore di rimanere vittima di reato – continua il rapporto –, la paura è diventata uno dei tratti fondamentali del nostro tempo, alimentata dall’insorgere di un insieme di insicurezze di diversa natura”. In questi ultimi anni si è radicato dapprima il timore di perdere il posto di lavoro; successivamente è arrivata la paura connessa alla microcriminalità, poi quella per il terrorismo internazionale e “ora – continua il Censis – sembra avere il sopravvento l’allarme legato agli sbarchi dei migranti”.

Complessivamente, sempre a detta del Censis, “si moltiplicano le paure e rimane elevato il timore di essere vittima di un reato”.

Questa dunque è la percezione che attualmente ha una vasta fascia di popolazione italiana: un senso diffuso di paura e di insicurezza. Eppure i dati del rapporto fotografano uno stato delle cose diverso, che non giustifica il crescente senso di allarme sociale. Solo qualche esempio. Dal 2008 al 2017, i reati denunciati all’autorità giudiziaria sono complessivamente diminuiti del 17 per cento; gli omicidi si sono quasi dimezzati (da 611 a 343) e così pure le rapine (da 45 mila a 28 mila); anche i furti hanno subito un significativo calo, superiore al 10 per cento.

Se si confrontano i dati dell’Italia con quelli dell’Europa c’è da restare sorpresi: la percentuale – rispetto alla popolazione – di omicidi, lesioni dolose e di episodi (denunciati) di violenza sulle donne in Italia è inferiore rispetto alla media europea: alcuni Paesi come la Gran Bretagna e la Francia hanno numeri di gran lunga più elevati. In Italia, superiori alla media europea sono solo i furti, che però – come già detto – sono in calo.

Un discorso a parte – non oggetto della ricerca Censis – merita il fenomeno dei suicidi: è certamente grave che in Italia ogni anno ci siano circa 4 mila casi (!), eppure rispetto alla media europea l’Italia è il Paese con uno dei tassi più bassi, insieme a Portogallo, Spagna Gran Bretagna e – fanalino di coda, ma questa volta positivamente – Grecia.

E delle considerazioni simili andrebbero fatte anche per il fenomeno migratorio, che – dati del Ministero dell’Interno alla mano aggiornati al 3 luglio 2018 – appare meno “drammatico” di quanto si voglia far intendere: in questo ultimo triennio si assiste ad una progressiva diminuzione degli sbarchi.

Tornando all’indagine Censis, è chiaro che un conto sono i dati e un conto è essere vittima di un furto o di una rapina o di un altro reato: chi ne ha fatto esperienza lo sa bene, fosse anche solo il furto del portafoglio! Tuttavia quello che emerge dalle statistiche è che non stiamo vivendo, oggi, in un tempo di dilagante insicurezza o di particolare allarme sociale: i dati di questi ultimi anni – lo ribadisco – sono al di sotto della media del periodo precedente.

Perché allora così tanta paura tra gli italiani? Perché una percezione di insicurezza così diffusa, che guarda con favore crescente – anche questo è un dato riportato dal Censis – facilitazioni di legge per il possesso di armi per difesa personale? Le ragioni sono molteplici. Un motivo forse è connesso allo stato di salute, non certo ottimale, delle nostre periferie urbane: le maggiori concentrazioni di reati si verificano nelle grandi città, Milano in testa. Una grande responsabilità è da imputare anche ai mezzi di comunicazione, che enfatizzano per motivi di cassa o per visione ideologica le notizie relative ai crimini, indugiando su di esse e sui particolari più scabrosi, e contribuiscono così a dare una rappresentazione ingigantita – e quindi distorta – del problema.

Responsabili sono anche i politici, soprattutto quanti agitano le folle, insistendo in maniera monotona – e affatto oggettiva – sul tema dell’insicurezza sociale. Ma responsabili siamo anche noi, se non cerchiamo di conoscere la realtà delle cose e ci lasciamo convincere da chi grida più forte. Responsabili siamo anche noi se, anziché costruire una cultura della fiducia nell’altro, ci accontentiamo di relazioni deboli e malate e lasciamo che il tessuto sociale – dalla famiglia alle istituzioni – si sfilacci.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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