Tre sfide per la Milano di domani: demografia, periferie e identità

A Milano la presentazione del rapporto 2018 della Fondazione Ambrosianeum. “L’arcivescovo di Milano ci ha chiesto di immaginare la città di domani”, ha spiegato il presidente dell’Ambrosianeum Marco Garzonio, presentando il rapporto questa mattina nella sede della Fondazione voluta nel 1948 dell’allora cardinale Schuster. La pubblicazione contiene una vera e propria “road map”, così la definisce la curatrice Rosangela Lodigiani, realizzata grazie ai contributi di venti protagonisti della Milano di oggi: dal rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli al direttore della Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti, dal demografo Gian Carlo Blangiardo all’urbanista Alice Selene Boni, dal vicario episcopale per la cultura, la carità e la missione mons. Mario Bressan al giornalista Salvatore Carrubba e tanti altri

Come sarà la Milano dei nostri figli e dei nostri nipoti? Sarà la Milano del nuovo quartiere City Life, sarà la città della moda e dell’eleganza, delle sfilate e del salone del mobile, sarà la città capace di entrare tra le cento 100 “Resilient Cities” della Fondazione Rockfeller o sarà, invece, il suo opposto: una città dove crescono le disuguaglianze, dove nelle periferie si allargano le aree di esclusione, una città sempre più vecchia dal punto di vista demografico e di creatività. O forse, ancora, sarà entrambe le cose: una città di contrasti. È a queste domande che getta uno sguardo il nuovo rapporto 2018 della Fondazione Culturale Ambrosianeum, intitolato non a caso “Agenda 2040”.

“A spingerci su questa strada di indagine del futuro è stato l’arcivescovo di Milano Mario Delpini che ci ha chiesto di immaginare la Milano di domani”, ha spiegato il presidente dell’Ambrosianeum Marco Garzonio, presentando il rapporto questa mattina nella sede della Fondazione voluta nel 1948 dell’allora cardinale Schuster. La pubblicazione contiene una vera e propria “road map”, così la definisce la curatrice Rosangela Lodigiani, realizzata grazie ai contributi di venti protagonisti della Milano di oggi: dal rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli al direttore della Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti, dal demografo Gian Carlo Blangiardo all’urbanista Alice Selene Boni, dal vicario episcopale per la cultura, la carità e la missione mons. Mario Bressan al giornalista Salvatore Carrubba e tanti altri.

“Il Rapporto – ha spiegato Lodigiani – si dà un orizzonte simbolico di riferimento di vent’anni, da un lato per provare a dire come sarà la Milano di domani: come prevediamo che diventi e soprattutto come vorremmo che fosse; dall’altro lato per riflettere sulle priorità di azione su cui cominciare a incidere da subito.

La situazione, infatti, al di là delle eccellenze e dei riconoscimenti internazionali, ha le sue zone d’ombra: per dirla in uno scatto fotografico, se i trend in atto si confermano, Milano sarà più multietnica, più anziana, con situazioni di solitudine e fragilità relazionali”.

Sono principalmente tre le sfide che appaiono prioritarie. La prima è senza dubbio quella della natalità. “Milano è una città che vive un momento magico di creatività e costruttività con tassi di occupazione tornati ai livelli pre-2008 – ha evidenziato il presidente Garzonio – ma dove preoccupano le prospettive demografiche: numeri impietosi dicono che la natalità è attestata a 1.36 figli per donna che i tanto temuti migranti non compensano i nati italiani. La domanda è cruda: nel 2040, tra vent’anni, chi popolerà Milano?”. Stando alle proiezioni del professor Gian Carlo Blangiardo la popolazione dell’area metropolitana è destinata ad aumentare di 200mila unità entro il 2036 arrivando a 3,4 milioni, ma questo sarà dovuto unicamente alla prospettiva di un continuo contributo della componente migratoria, interna ed internazionale.

La città cresce dunque ma diventa sempre più multietnica e, soprattutto, anziana con l’indice di vecchiaia destinato a salire dai 136 anziani ogni 100 giovani del 2018 ai 178 previsti nel 2036.

Da qui la seconda sfida quella dell’identità. Oggi nella città metropolitana vivono 510mila stranieri che, secondo le proiezioni, diventeranno 200mila in più nel 2031 passando dal 14,9% al 20,6% della popolazione. Un pluralismo non solo etnico ma anche religioso: nella diocesi di Milano ci sono 270mila fedeli musulmani, circa 100mila fedeli cristiano ortodossi e almeno 233mila migranti di tradizione cattolica. Numeri di fronte ai quali appare come “profetica” la decisione dell’arcivescovo Delpini di convocare un Sinodo minore sulla “Chiesa dalle genti”. “L’esito del sinodo – scrivono la sociologa Laura Zanfrini e mons. Luca Bressan, vicario episcopale per la cultura, la carità e la missione – sarà una Chiesa maggiormente consapevole della propria cattolicità, impegnata a tradurre questa consapevolezza in scelte pastorali condivise e capillari sul territorio diocesano. Una Chiesa delle gente che con la propria vita quotidiana saprà trasmettere serenità e capacità di futuro anche al resto del corpo sociale”.

Il terzo tema che emerge dal rapporto è quello delle periferie e del pericolo di esclusione. “Le periferie – ha proseguito Lodigiani – sono il luogo in cui si gioca la sfida culturale della città, contesti in cui emergono tutte le contraddizioni di una crescita che c’è, ma che rischia di alimentare le disuguaglianze. Allo stesso tempo però

le periferie sono luoghi di grandi risorse e potenzialità da cogliere e valorizzare”.

“Quando è iniziato il disegno di questo Rapporto nessuno poteva immaginare quanto sarebbe accaduto il 4 marzo – ha concluso il presidente Ambrosianeum Garzonio –. Milano in questo momento è sotto assedio perché è la prossima meta da conquistare: non deve quindi cedere alle provocazioni, ma piuttosto pensarsi come qualcosa di vivo, perché nonostante i fili spinati incombenti e i porti chiusi, nel futuro – come il Rapporto dice con chiarezza – rischiamo di non avere più milanesi”. Un compito civile e culturale, questo, al quale secondo Garzonio “devono contribuire la cultura, le università, le istituzioni; il nostro sguardo è proiettato in avanti. E il nostro futuro, o sarà culturale o non sarà affatto futuro”.

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