San Giovanni a Teduccio ostaggio della camorra: don Bravaccino (parroco), “un corteo per dire basta e risvegliare le coscienze”

Il sacerdote ha promosso una marcia per vincere la paura ma anche per lanciare un segnale chiaro a istituzioni e criminali: "Così non si può più andare avanti". Il fenomeno delle "stese" tengono in ostaggio il quartiere, dove non ci sono più negozi e persino la fermata del bus è stata soppressa. Le uniche realtà positive la parrocchia e la scuola

Dire basta alla camorra, alla paura e all’omertà, alla possibilità di essere coinvolti, feriti, uccisi anche nelle proprie case, in uno scontro tra clan rivali. È questo il senso della marcia voluta il 19 aprile da don Modesto Bravaccino, parroco di San Giuseppe e Madonna di Lourdes a San Giovanni a Teduccio, quartiere della periferia orientale di Napoli, dal 2010. Originario di Portici, 45 anni tra un mese, è sacerdote dal 2001; attualmente è anche direttore del Centro missionario diocesano ed esorcista della diocesi dal 1° giugno 2017. Ha organizzato la manifestazione come risposta al ferimento di un dodicenne, il 31 dicembre 2017: “Il ragazzo era dal nonno per festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo. Alle 23,30 era affacciato per vedere i fuochi. Intanto, come in un gioco folle, in una strada lunga, che si chiama via Sorrento, da una parte all’altra, hanno iniziato a sparare in tutte le direzioni, colpendo auto, finestre e il ragazzino, che ora sta bene. Per fortuna, non abbiamo pianto un morto”, dice al Sir il parroco, che spiega anche cos’è la stesa: “Sparano in direzione della casa del ‘nemico’ per intimidirlo, colpendo qualsiasi persona o casa sia in quel raggio di azione. Mi è stato anche detto che tante volte armano degli sprovveduti, non il ‘professionista’ che sa sparare. La crisi colpisce tanti papà e figli che non riescono a inserirsi nel mercato del lavoro o che sono sfruttati. I clan armano queste persone disperate che non sanno sparare bene e lo fanno un po’ a casaccio”.

Di nuovo “l’inferno”. La situazione a San Giovanni a Teduccio da un paio d’anni è tornata ad aggravarsi. “Quando sono arrivato qui, otto anni fa, si sparava spesso, soprattutto di sera, in maniera intimidatoria, contro case, balconi, finestre. Ricordo che una sera, durante un Grest estivo, dovetti chiudere le porte della chiesa con tutti i bambini e i genitori dentro perché ci fu una sparatoria nella strada che passa davanti alla parrocchia. In quell’occasione era uscito di galera un personaggio di spicco e voleva dare un segnale a quelli del clan opposto”. A San Giovanni a Teduccio, prosegue, “ci sono molte persone agli arresti domiciliari e almeno due clan camorristici in guerra tra di loro. Grazie ad alcuni arresti importanti, cinque o sei anni fa, siamo stati in pace per qualche anno, ma poi da un paio d’anni

è ricominciato l’inferno

perché queste persone sono state scarcerate”.

Marcia di cambiamento. Il sacerdote ha trovato un proiettile nel campetto della parrocchia, che conta cinquemila fedeli, e, in passato, sempre in queste sparatorie tra clan, è stato colpito anche uno dei fari del campetto. Il quartiere, ormai, è terra di nessuno:

“La parrocchia e la scuola sono le uniche realtà che offrono qualcosa ai minori.

Qui non esiste nulla. Negli anni i negozi hanno chiuso perché erano taglieggiati. La gente deve uscire dal rione per mancanza dei servizi fondamentali. All’interno del rione è stata soppressa anche la fermata del bus, dopo che era stata vandalizzata. A volte anche per ottenere servizi primari come la potatura degli alberi si deve insistere”. In questa desolazione “è stata una grande sorpresa vedere tante mamme e bambini al corteo del 19 aprile. La partecipazione è stata superiore a quella prevista – ammette don Modesto -. Abbiamo coinvolto le scuole di San Giovanni che inizialmente erano un po’ titubanti. Anche le cinque parrocchie del quartiere hanno aderito tutte”. Secondo il parroco, “già la marcia in sé è stata un successo perché qui c’è molto timore a esporsi. Molti sono scesi in piazza, potevamo essere di più, ma comunque eravamo più di un migliaio. Importante è stato anche che dopo la manifestazione le persone hanno parlato con più coraggio di questo argomento. Prima era impossibile anche solo dire ‘ieri hanno sparato’.

La gente aveva paura, il corteo ha sdoganato l’argomento e sbloccato le coscienze”.

Da quando sono ricominciate le stese, “le persone non stanno tranquille neppure a casa loro se abitano dove ci sono appartenenti ai clan e rischiano di essere colpite da proiettili vaganti. Spesso quando entro nelle case per portare conforto agli ammalati mi mostrano buchi nel muro, nei condizionatori. Allora, siamo scesi in piazza per dire sia a questi signori sia alle forze dell’ordine che siamo stanchi di vivere nella paura anche a casa nostra, anche se non vogliamo sostituirci né alla giustizia né alle forze dell’ordine”.

Il ruolo della Chiesa. A San Giovanni a Teduccio, sottolinea don Bravaccino, “il ruolo della Chiesa è fondamentale. La mia parrocchia, nella quale abbiamo costruito un campetto a cinque e un parco giochi, è un punto di aggregazione per minori e giovani:

rivestiamo un ruolo educativo importante ma anche di denuncia.

Le persone vogliono qualcuno che si metta davanti, che le sproni, le incoraggi, le motivi: la Chiesa svolge questo impegno anche se tra fatiche e ostacoli”. Il sacerdote si confida: “A volte mi sembra di trovarmi in zona di guerra. La Polizia di Stato lavora, ma è insufficiente quello che lo Stato garantisce. Secondo me l’errore sta nell’approccio: è necessaria la consapevolezza di essere in un territorio dove c’è un altro ‘Stato’ che con la violenza e il ricatto vuole imporre le sue leggi. Lo Stato in zone come queste dovrebbe venire per far capire che c’è e ha le sue leggi da rispettare”. Ad esempio è imperante nel quartiere l’abusivismo edilizio, ma non ci sono controlli: “C’è bisogno di prevenzione e di maggiori risorse”. A San Giovanni, precisa don Modesto, “c’è comunque tantissima brava gente, che è stanca di vivere così”.

Prima di San Giovanni a Teduccio il sacerdote ha guidato la parrocchia rinascimentale di Santa Caterina a Formiello, a Porta Capuana a Napoli: “Lì c’erano la prostituzione e lo spaccio di droga al dettaglio. Dal 2006 al 2010 ho avuto il problema dei minori a rischio che venivano a vandalizzare la chiesa monumentale, fino a quando non siamo riusciti ad aprire un piccolo campetto alle spalle della parrocchia per offrire ai ragazzi un’alternativa alla strada e un punto di riferimento sicuro”.

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