Il rito delle Ceneri come lieto annuncio

Il rito delle ceneri non intende impietosire Dio con la nostra umiliazione, ma convincere meglio noi che la superbia e la falsa sicurezza che portano al peccato non costruiscono affatto, ma distruggono l’uomo e lo conducono alla rovina radicale

Mercoledì 14 febbraio, con il rito delle Ceneri, inizierà la Quaresima, un periodo, nell’anno liturgico, che si caratterizza per il suo invito alla conversione per intraprendere seriamente il cammino verso la Pasqua. Vale la pena ricordare a tutti i fedeli le pratiche tradizionali del digiuno, dell’elemosina e della preghiera per un cammino di conversione verso la Pasqua, che conduca a riscoprire il proprio Battesimo. Il gesto penitenziale del cospargersi il capo di cenere è stato ripescato dalla Chiesa nell’Antico Testamento, dato che il Nuovo non ne fa mai cenno. Indubbiamente, l’atteggiamento etico-religioso che questo atto suppone ed esprime è più confacente alla penitenza predicata da Giona o dal Battista che non alla conversione cui fa appello Gesù. La cenere, o la polvere, richiamano infatti il nulla da cui l’uomo è stato tratto a opera di Dio e il disfacimento fisico a cui il suo corpo è inesorabilmente destinato, allo scopo di non lasciar montare nessuno in superbia, inducendo tutti anzi all’umiltà e al timore. Il “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai” dell’imposizione delle ceneri al Mercoledì santo tornò così a motivare la penitenza e la conversione col “saggio” universale pensiero della caducità umana e con la conseguente paura di fronte a Dio.

L’orientamento di fondo è quello così spesso presente nell’Antico Testamento, non molto dissimile da quello delle religioni pagane antiche e moderne: è necessario umiliarsi davanti alla divinità, perché solo di fronte all’abbassamento dell’uomo Dio si fa propizio e perdona. Soccorre alla mente il caso più popolarmente noto dell’Antico Testamento, quello di Giona che convince gli abitanti di Ninive a cambiare vita sulla base della paura del castigo incombente, e ci riesce. Questo modo di ragionare non è molto lontano dal concetto pagano dell’”invidia degli dèi”, una traccia del quale è presente anche nel racconto biblico della torre di Babele. La divinità teme la crescita dell’uomo, non vuole che egli dia la scalata al cielo: per questo gli uomini, specialmente i potenti, quelli più tentati di menare vanto del proprio lusso, cultura, autorità e trionfo, devono di quando in quando umiliarsi per evitare i fulmini della gelosia divina.

Ma la motivazione radicale della conversione, per amore dell’Amore, intuita in alcuni Salmi appare in piena evidenza soltanto nella predicazione di Gesù, al confronto con quella del Battista. Sul Giordano è ancora la minaccia il movente primo a scendere nell’acqua per un battesimo di penitenza; nell’annuncio di Gesù è la venuta del Regno di Dio che appella alla conversione e alla fede. Secondo il suo insegnamento, sia il figlio che torna alla casa paterna per non morire di fame sia quello che ci è rimasto per non perdere la sua eredità sono pressantemente invitati a capire che il Padre ama soltanto amare, non usa affatto il castigo come arma di ricatto. Dunque il cristiano non è chiamato a cospargersi di cenere perché Dio, intenerito dalla sua umiliazione volontaria, si impietosisca e receda dalla volontà di castigo. Non c’è bisogno che Dio cambi parere, perché già vuole soltanto il nostro bene e per il nostro bene soltanto permette che il peccato, cioè l’abbandono di lui, produca i suoi frutti perversi di fallimento e delusione, di conflitto e guerra, di solitudine e incomunicabilità. La conversione cristiana trova la sua molla nella fede nella bontà di Dio: “Convertitevi credendo al lieto annuncio” (Mc 1,15). La saggia considerazione della caducità dell’uomo, tratto dalla polvere e destinato a tornare polvere, e il timore del “castigo” possono preparare l’uomo all’accoglimento del Vangelo, ma il passaggio non è automatico né garantito. Per questo il segno della cenere resta nella liturgia, ma inglobato in una dinamica nuova, quella evangelica appunto, richiamata ampiamente nella stessa Messa del mercoledì delle Ceneri, dal passo di Matteo 6,1-18 e dal vigoroso richiamo di Paolo: “Lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5,20). Il rito delle ceneri non intende dunque impietosire Dio con la nostra umiliazione, ma convincere meglio noi che la superbia e la falsa sicurezza che portano al peccato non costruiscono affatto, ma distruggono l’uomo e lo conducono alla rovina radicale.

(*) direttore “Gazzetta d’Asti”

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