“Aria di Natale”

Diciamo tutti grazie al Natale che torna ogni anno - anche se non proprio tutti potranno dire grazie al protagonista Gesù, perché non lo conoscono o non vogliono conoscerlo -; diciamo grazie a questa occasione speciale di “aria pura” che resetta l’aria stagnante e a volte mefitica delle nostre città. I cristiani, ovviamente, hanno una responsabilità in più nel vivere e nel far percepire il “cuore” delle “feste”.

Mentre la “terra di Gesù” è messa a soqquadro dalle tensioni provocate dalla decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme riconoscendo quella città come unica capitale di Israele, spira comunque, dalle nostre parti e non solo, la caratteristica e familiare “aria di Natale” che trasforma un po’ tutto – lavoro, scuola, famiglia, amicizie, comunità, negozi e tempo libero, strade e città – in prospettiva delle “festività”. È una percezione che si diffonde automaticamente, quasi per osmosi, anche se non mancano alcuni che pretendono di chiamarsene fuori (ma spesso con risultati mediocri e incerti), vuoi per espressa negazione del valore dell’evento ricordato, vuoi per la pur nobile ragione di non ridurlo a consumismo.

Sociologi e psicologi, sacerdoti e catechisti, genitori ed educatori sono alle prese con un fenomeno che non tende a diminuire nella sua sostanza (anche se, a conti fatti, potrà capitare che si spenda meno), come a dire che il “cuore” dell’evento batte all’unisono con il “cuore” della gente. Almeno così si potrebbe interpretare questa sorta di “ansia collettiva” unita insieme ad un’atmosfera gioiosa che si espande in ogni dove, resa eloquente dal moltiplicarsi degli auguri, ma anche dai tanti gesti di amicizia e di bontà. Già, è una “aria di buono” quella che respiriamo in questi giorni natalizi e, avanti avanti, fino all’Epifania, perché di questo abbiamo profondamente bisogno, anche e proprio quando sentiamo tutto attorno l’imperversare di cattive notizie e l’emergere di crescenti preoccupazioni politiche, economiche, sociali…

Abbiamo bisogno di credere e di sperare che c’è una strada, un luogo, una possibilità in cui il bene prevale sul male; c’è un modo di sottrarsi, almeno per un po’, da quanto ci assilla continuamente; l’attesa di qualcosa che viene da altrove e da più in alto e ci spinge altrove e più in alto, al di sopra dell’ordinarietà spesso confusa e noiosa e non di rado triste e angosciante. Diciamo tutti grazie al Natale che torna ogni anno – anche se non proprio tutti potranno dire grazie al protagonista Gesù, perché non lo conoscono o non vogliono conoscerlo -; diciamo grazie a questa occasione speciale di “aria pura” che resetta l’aria stagnante e a volte mefitica delle nostre città. I cristiani, ovviamente, hanno una responsabilità in più nel vivere e nel far percepire il “cuore” delle “feste”. E non tanto moltiplicando i regali (so di molti che ormai ci rinunciano proprio, ma farli o riceverli ha comunque un suo intrinseco valore), ma intensificando preghiera e carità, non dimenticando di incontrare il protagonista (ahimè, che triste spettacolo vedere sparire dalle messe bambini e famiglie proprio il giorno di Natale!) e di onorarlo almeno nei poveri della porta accanto.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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