Morire social

Oggi, senza filtri e confronto - che è anche conforto - la sofferenza va in streaming. Oggi si inchiodano i rei dal tribunale più visibile che ci sia: la rete

Occupa un trafiletto e poco più, eppure è una morte. Arriva a sorpresa dopo 38 minuti di sfogo su facebook. Un trafiletto per una disperazione così grande. Per una rabbia così grande. Per una voglia di vendetta così grande. Così grande da meritare la vetrina del mondo. Perché questo è facebook.
La storia: un uomo tradito svela alla rete la tresca che lo ha umiliato. Un tempo sarebbe stato il confessore a raccogliere il dolore e l’incapacità di un perdono. Poi lo psicologo avrebbe spiegato come risolvere il groviglio dei sentimenti. Oggi no. Oggi, senza filtri e confronto – che è anche conforto – la sofferenza va in streaming. Oggi si inchiodano i rei dal tribunale più visibile che ci sia: la rete.
Lo ha fatto un quarantenne napoletano, noto professionista. Ha aperto il suo vaso di Pandora davanti al pc e, dopo un lungo monologo, ha oscurato lo schermo e si è dato la morte. Non nella solitudine e nel nascondimento, ma nel modo più spalancato che ci sia: on line, in rete. Si è connesso per disconnettersi per sempre. La morte sul web.
Non si entra in merito alla vicenda personale. Ma oltre alla tragedia in sé, che resta tale, sconvolge lo strumento scelto. Come se il valore di ogni cosa passasse necessariamente dalla visibilità sui social. A conferma di quanto i social siano diventati parte integrante del nostro mondo. E quanto noi siamo lontani da ciò che eravamo.
“Avere o essere?” si chiedeva Fromm solo quarant’anni fa, intuendo la deriva del consumismo per il quale: “Se uno non ha nulla, non è nulla”. Concetto che potremmo attualizzare con: “Se uno non è sui social, non è”. Il dubbio amletico “Essere o non essere”, è abbandonato per un più attuale: “Apparire o non apparire?”. Oggi che la civiltà dell’immagine sopra ogni cosa ci cambia e ci stravolge fin nelle pieghe, un tempo segrete, dell’anima.
Si emerge fino a una fama da migliaia di follower, mostrandosi in ogni momento della giornata. Sono nate così blogger famose: una foto col volto assonnato, una con una ricetta, una in palestra e una in abito da sera: ad instagram, una sorta di diario solo fotografico in rete, basta questo.
Resta comunque il fatto che noi tutti siamo molto più di un’immagine. Più ricchi, più complicati, più profondi, più mutevoli. Un’immagine ferma un nostro istante. Ma solo quello. Siamo difficili da riassumere: non ci stiamo nelle tre parole di una vignetta da fumetto, né in un centinaio di caratteri di un twett. Siamo complessi quanto un romanzo, pieni di sfumature, desideri, aspirazioni, progetti, difficoltà, cambiamenti, speranze e sogni che, come la discendenza promessa ad Abramo, sono innumerevoli. E lacrime, e paure che, di solito, non amiamo mostrare.
È così che siamo diventati “Connessi e solitari”, come titola un saggio di don Dario Viganò su questa nuova civiltà social. Non abbiamo acquistato uno smarthphone, è lui ad aver preso la nostra vita. Non solo per il tempo che ci dedichiamo, ma per come siamo cambiati. Per come ci ha trasformato. Viganò ricorda come nel romanzo di Gorge Orwell, “Il Grande fratello”, si racchiuda la paura di essere osservati, spiati. E constata come oggi si viva nel timore opposto: vivere senza essere guardati. Perché esserci conta. Non esserci, non essere sui social, è un vivere dimezzato. Un vivere senza essere considerati. Un vivere ignorati, esclusi. Peggio: negati.
E allora vogliamo esserci, comunque, fino all’ultimo. Fino ad uccidersi dopo aver raccontato ad uno schermo tutto il proprio dolore. Uccidersi davanti all’unico fedele amico rimasto: facebook.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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