Una sete che non passa

"La reliquia è il resto di un santo che si è consumato per amore, è germogliato in Cristo e a noi ha lasciato il guscio". Così p. Rupnik, un gesuita sloveno. Toccare le reliquie diventa un toccare con mano che questo è possibile. Che vediamo la scorza, ma è fiorito il germoglio. Che la sete infinita può trovare sazietà. Come la donna al pozzo capì. Come Carol capì e testimoniò fino al suo ultimo giorno tra noi

È tornato in diocesi venticinque anni dopo quel primo maggio 1992. È tornato a Madonna del Monte di Marsure e a Bibione. Giovanni Paolo II tra noi, il suo sangue in un’ampolla contenuta in un reliquiario a forma di libro.

Come allora non ha smesso di attirare persone. Tante quelle che si sono recate fino al santuario mariano sabato 24 giugno, torrido da record, per venerare un goccio di quel Papa amatissimo, che a Maria con quel “Totus tuus” si era dato. Tante quelle che, il giorno dopo, a novanta chilometri di distanza, lo hanno atteso affollando la chiesa in riva al mare fin dalla prima messa del mattino.

File davanti al reliquiario per un attimo di commozione. Gente della diocesi e turisti in code silenziose, zeppe di parole senza voce, preghiere e richieste in tante lingue diverse. Tutti per Carol, certi di essere ascoltati.

Naturale chiedersi perché erano lì in così tanti. Facile la risposta: chi non ha in cuore il bisogno di un aiuto, di un soccorso per un disagio o un problema grande come la malattia, per una situazione che non si sblocca, per una grazia da chiedere per sé o per un proprio caro. Chi non cerca una forza nuova per la fatica di sempre. E come non farlo se, in mezzo a noi, per un giorno soltanto torna san Giovanni Paolo II, il papa del “Non abbiate paura”.

Più difficile rispondersi per chi erano lì. Il carisma di san Giovanni Paolo II era enorme: lo si è visto ai funerali per i quali folle si sono mosse da ogni angolo del mondo, come in ogni angolo era lui voluto andare ad annunciare la Parola per la quale aveva dato, e rischiato di perdere anzitempo, la vita. Lunghe file di persone lo hanno raggiunto nelle nostre due chiese, dimostrando che quel carisma è vivo. E quell’amore di ieri si fa oggi venerazione di una parte di lui, come una sete che non passa.

Forse sta capitando anche con papa Francesco: di rimanere a tal punto incantati dal Vicario di Cristo in terra da dimenticare che rappresenta, non costituisce, la fonte della nostra fede. Ma la fonte della nostra fede lo conosce quel timore di alzare gli occhi fino al Perfetto e ci permette di aggrapparci a coloro che hanno camminato con noi per le strade del mondo, come se chiedessimo un passaggio a chi la strada la sa e ha trovato la forza di affrontarla. Tutta e senza sconti.

Allora quelle file davanti ad una ampolla non sono un rito un po’ superstizioso, un pronto soccorso dei guai o la nostalgia di un amore che ritorna. Chi stava in fila, non cercava il passato. È la fede di oggi che muove i passi, spinge in macchina, inchioda le ginocchia su un banco.

Questo il santo fa: si fa barca che porta all’unico porto sicuro, si fa strada che conduce all’unica porta a cui aspiriamo. Non si sostituisce a chi ci disse: “Io sono la via”, ma testimonia che è così. Che possiamo crederci. Che possiamo farcela.

In chiesa a Bibione il bollettino parrocchiale ricordava il significato delle reliquie attraverso le parole di p. Rupnik, un gesuita sloveno: “La reliquia è il resto di un santo che si è consumato per amore, è germogliato in Cristo e a noi ha lasciato il guscio”. Toccare le reliquie diventa un toccare con mano che questo è possibile. Che vediamo la scorza, ma è fiorito il germoglio. Che la sete infinita può trovare sazietà. Come la donna al pozzo capì. Come Carol capì e testimoniò fino al suo ultimo giorno tra noi.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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