Migranti: l’informazione che cambia. Incontro a Roma promosso dalla “Dire”

(DIRE – SIR) – “Viviamo in un’epoca in cui l’opinione pubblica decide il limite che le scelte politiche possono raggiungere o superare. L’informazione in questo ha una grande responsabilità nel parlare dei migranti o delle comunità straniere in Italia”. Così Tana Anglana, esperta del Summit nazionale delle diaspore (Snd), aprendo l’incontro “L’informazione che cambia. Notizie dell’Italia plurale”, che si è tenuto nella sede romana dell’agenzia di stampa “Dire”. Obiettivo del dibattito, che ha coinvolto ieri giornalisti e operatori della stampa multietnica, “cambiare il gergo e il pensiero che viene trasmesso sulle realtà straniere in Italia, un pensiero spesso troppo frettoloso, a volte un po’ malizioso” ha sottolineato Mirko Tricoli, dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), ente sostenitore del Summit. “Nell’immaginario collettivo l’immigrato è considerato in modo negativo” ha detto Ahmad Ejaz, giornalista autore per la rivista ‘Azad’, rivolta alla comunità pachistana di origine in Italia. Secondo Ejaz, questa situazione è determinata dal fatto che “manca la conoscenza delle altre culture, anche tra i giornalisti italiani più esperti”. A confermarlo Stephen Ogongo, originario dal Kenya, fondatore del progetto editoriale ‘Cara Italia’ : “Tanti giornalisti italiani che raccontano le migrazioni non conoscono o non capiscono questo mondo. Basterebbe che venissero formati”. Secondo Ogongo, è importante anche che i cronisti “osservino la società italiana, che è multiculturale, affinché possano facilitare l’unione tra italiani e stranieri”. Il suo intervento si è concluso con un appello: “Nelle redazioni vorrei vedere anche più cronisti di origine straniera, ma non perché scrivano di migrazioni, bensì di cio’ di cui hanno le reali competenze”. Di stereotipi da superare ha detto Rose Ndoli, redattrice del ‘Black Post’, una testata online nata per comunicare le realtà di origine migrante in Italia: “Agli italiani chiediamo di non avere pregiudizi su noi migranti. Vorremmo che capissero che, in fondo, i problemi che hanno loro sono anche i nostri”. Secondo Ndoli, il ‘Black Post’ è “un esempio di integrazione”, perché la redazione è composta da giornalisti con radici e origini in altri Paesi, i cui articoli sono rivisti da volontari che seguono e curano l’iter di correzione di bozze e pubblicazione. L’impegno, ha sottolineato Ndoli, è raccontare i fatti quotidiani: “Vogliamo poter dire la nostra senza condizionamenti”. La sinergia tra migranti e mondo del giornalismo non è pero’ sufficiente, secondo Lucia Joana Metazama, presidente dell’Associazione delle donne mozambicane in Italia: “Per risolvere questa situazione, le parole non servono più. Ormai
servono i fatti”. Metazama ha sollevato a titolo di esempio le difficoltà dei migranti di trovare casa in affitto o il lavoro per via di pregiudizi diffusi o “paura dell’altro”. La risposta a questa situazione, secondo la presidente dell’Associazione delle donne mozambicane, “è proprio trovare lavoro e creare le condizioni di inclusione per queste persone”, con la possibilità di avere i documenti o imparare la lingua italiana, “e nella mia associazione facciamo proprio questo”. Ma se le parole secondo alcuni non sono più utili, da un’altra contribuiscono ancora a creare pregiudizi.

“In Italia vivono 300mila ucraini regolari, ma di loro la stampa italiana non parla” ha denunciato Oles Horodetskyy, giornalista di origine ucraina, che si dice “stanco” dello stereotipo che colpisce gli europei dell’est, etichettati a volte come “colf e badanti” anche da alcune testate di punta. Gli stereotipi cambiano a seconda della comunità di origine, ha avvertito il cronista di origine somala Zakariya Mohamed Ali, che racconta: “Sono contattato dalle testate italiane a lavorare solo quando in Somalia accade qualcosa di brutto”. È il segno che certi Paesi salgono nelle cronache in base a un determinato argomento: nel caso della Somalia, i frequenti attacchi da parte di gruppi armati. Un tema delicato, questo, che ha alimentato una certa visione negativa verso i musulmani, ma che ancora una volta confermerebbe competenze inadeguate da parte di molti professionisti italiani. “Io provengo dal mondo islamico – ha sottolineato ancora Ejaz – e mi colpisce leggere sui giornali la parola ‘kamikazè, che è un termine giapponese. Io scrivo invece ‘attacco suicida’ , anche per ricordare che secondo l’islam il suicidio è vietato da Dio”. Secondo Ejaz, per migliorare questa situazione “gli ‘aborigeni italiani’ devono aiutarci insieme agli stranieri e alle seconde generazioni”. Un ultimo stimolo giunge da Fabrizio Ciocca, sociologo esperto di migrazione musulmana in Italia: “Le diaspore devono farsi sentire soprattutto negli spazi in cui il pensiero è diverso. Oltre ai numeri, va data visibilità anche alle storie di successo, soprattutto attraverso i social network”. Strumenti di primo piano nel costruire l’opinione pubblica, è stato sottolineato durante l’incontro, nuove fonti e alleati del giornalismo a condizione di essere ben impiegati. (www.dire.it)

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