Noa Pothoven: Gambino (giurista), “in sistemi come quello olandese si ritiene un pieno diritto di libertà lasciarsi morire”

“Anche se sembra che non ci sia stata un’assistenza medica a Noa”, nella fase che ha preceduto la sua morte, “ciò non toglie che in Olanda si possa praticare l’eutanasia per motivi di depressione: un sistema nordico come quello olandese o quello belga, che prevedono pratiche di eutanasia o di suicidio assistito adducendo motivazioni legate a lesioni psichiche, non solo fisiche, lascia assoluti margini di discrezionalità nel poter attuare queste pratiche”. Lo dichiara al Sir Alberto Gambino, giurista, presidente di Scienza & Vita e prorettore dell’Università europea di Roma, a proposito della vicenda di Noa Pothoven, la diciassettenne olandese, che si è lasciata morire di fame e di sete, dopo aver subito degli abusi. Secondo Gambino, questo tipo di sistema nordico, in un certo senso, incentiva le pratiche di eutanasia o di suicidio assistito “perché, da un lato, se ne dà la possibilità e, dall’altro, si recide la responsabilità di tutti i soggetti che hanno prossimità con chi soffre queste patologie, i quali, invece di attivarsi e tentare di dissuadere sapendo che c’è l’argine della legge, sono portati ad assecondare questo desiderio di morte perché ritengono che ci sia un pieno diritto di libertà di lasciarsi morire”. Questo, sottolinea Gambino, “è l’effetto culturale di tali norme, innanzitutto sui sistemi sanitari che vedono ciò come un elemento di risparmio dei costi, in un modello un po’ efficientista, e poi sulle relazioni umane, che ovviamente cambiano nel momento in cui c’è anche una libertà che è anche assistita da una sorta di ‘giuridificazione’ tanto da poter un giorno arrivare anche nei tribunali”. Concretamente, “questo si traduce in alcune migliaia di casi, al di là del caso specifico di Noa, mentre in altri Paesi non solo non ci sono morti del genere, ma non ci sono neppure le richieste di morire. In Italia, basta fare un giro in una corsia di ospedale, sia statale sia cattolico, per trovare istanze volte a proseguire i trattamenti: rarissimi sono i casi in cui si chiede una interruzione anticipata come una vera e propria eutanasia. Nei Paesi dove invece è possibile i casi sono tanti perché è come se fosse entrata nella cultura di quel popolo l’istanza fortemente individualistica, che poi è sinonimo della solitudine”.
Gambino affronta il tema della libertà di scegliere come morire, anche durante il convegno “Fine vita, tra diritto ed etica”, oggi al Senato: per il giurista, dietro a tale tema “si annida un macigno: la morte della cura e della solidarietà umana”, perché “una legge pensata per pochi casi estremi finisce sempre inesorabilmente per tracciare un orizzonte culturale nel quale si offre proprio alle persone più fragili una via d’uscita estrema, che però annienta le possibilità di cura del sistema sanitario e di solidarietà che naturalmente ciascuno è portato ad offrire a chi sta male”. “Confido allora che la saggezza del legislatore italiano, che ha da poco raggiunto una mediazione con la legge del 2017 – conclude Gambino – consenta di mantenere inalterato il delicato rapporto tra libertà del paziente e spirito di solidarietà”.

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