Ambiente: Ankara, “Fermiamo il deserto”. Esperti alla Dire: se consumiamo così serviranno tre pianeti

(DIRE – SIR) – La quantità di terre è finita mentre le richieste di risorse sono quasi infinite, comunque molto superiori alla capacità della natura di offrirne. Tanto che per farvi fronte nel 2050 non basterebbe un pianeta solo: ce ne vorrebbero tre. La stima è stata rilanciata ad Ankara, la capitale turca che oggi ospita le celebrazioni della Giornata mondiale contro la desertificazione. L’appuntamento cade nel 25° anniversario dell’adozione a Parigi di un trattato ad hoc, al quale hanno aderito ormai ben 196 Paesi, a conferma di una presa di coscienza crescente, anche se forse non ancora sufficiente. A suggerirlo, in interviste rilasciate all’agenzia “Dire” alla vigilia delle celebrazioni, sono esperti e responsabili della stessa Convenzione Onu contro la desertificazione (Unccd). “Negli ultimi 30 anni su scala mondiale il consumo di risorse naturali è raddoppiato” calcola Barron Joseph Orr, “lead scientist”, custode di numeri e indicatori: “Oggi un miliardo e 300 milioni di persone sono costrette a vivere su terreni agricoli degradati, mentre sono addirittura tre miliardi e 200 milioni coloro che sono colpiti dall’impoverimento dei suoli”. Statistiche aggiornate rivelano che ogni anno, soprattutto in Paesi poveri o emergenti, vanno persi 24 miliardi di tonnellate di suolo fertile. Numeri da intrecciare con fenomeni non coincidenti ma paralleli, come i cambiamenti climatici, la diffusione delle monocolture o la crescita della domanda di cibo.
“C’è un elefante nella stanza, un problema gigantesco che si fa finta di non vedere, e che è legato alle modalità dei consumi, in particolare dei Paesi ricchi” dice Orr. Lo confermerebbe l’Agenda 2030 e in particolare l’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero 12, quello che chiede di ‘consumare e produrre responsabilmente'”.
La tesi dell’esperto è che “bisogna collegare i modi di produzione alle conseguenze che queste scelte hanno per i terreni, magari in aree del mondo molto lontane”. Un indicatore centrale sarebbe il “material footprint”, l’impronta che in particolare i Paesi “piu’ avanzati” lasciano sul pianeta sottraendo spesso risorse ai più poveri. Per la Convenzione l’obiettivo è anzitutto la “land degradation neutrality”, lo stop al degrado dei suoli, da ottenere entro il 2030. “Si tratta – spiega Orr – di avere un conto pari, di far corrispondere a ogni nuovo impoverimento il ripristino di un altro ecosistema in modo che la situazione non peggiori ulteriormente”. In evidenza, ad Ankara, nel 2015 già sede della Conferenza delle parti (Cop) della Convenzione, le minacce rappresentate dall’agricoltura intensiva e il nesso tra la tutela dei suoli e quella delle specie viventi. A parlarne con la ‘Dire’ è Mariam Akhter-Schuster, co-presidente della Science-Policy Interface (Spi), piattaforma di Unccd nata per favorire il dialogo tra ricercatori e dirigenti politici. Tra i riferimenti uno studio pubblicato a maggio secondo il quale “una specie su otto rischia l’estinzione perché il 75 per cento della superficie terrestre è stata ‘alterata in modo significativo’ dall’uomo, perlopiù per la produzione di cibo”.

Di questi temi il segretario esecutivo di Unccd, Ibrahim Thiaw, discuterà oggi al Centro congressi di Ankara con rappresentanti del governo turco, ministri, direttori di ong, attivisti e ospiti internazionali.
L’obiettivo, evidenzia la portavoce Yukie Hori, è “coinvolgere l’opinione pubblica e favorire responsabilità e impegno politico”. Si spiegano così anche l’International Photo Contest e il Land for Life, concorsi che premiano testimonianze e iniziative virtuose: i vincitori saranno annunciati oggi. (www.dire.it)

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