Chiesa: mons. Semeraro (Albano), “l’accidia è un vizio generalizzato, una trappola anche per i sacerdoti”

Un “vizio generalizzato” che “investe interamente la persona nelle sue varie dimensioni: fisica, psichica, spirituale”. Così mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, definisce l’accidia, uno dei sette vizi capitali, sul quale si ferma a riflettere nel volume “Ascoltare e curare il cuore”, edito dalla Lev con la prefazione di Papa Francesco. L’accidia, spiega il vescovo, “corrisponde a un certo stato di pigrizia e noia, ma anche di disgusto, avversione, stanchezza, e pure di languore, di indolenza”. “Gli autori spirituali – aggiunge – parlano anche di sonnolenza, nel senso che l’uomo ama starsene sdraiato a dormire, pur senza essere realmente affaticato”. Si tratta, dunque, “di un’insoddisfazione vaga e generale, sicché l’uomo dominato da questa passione perde il gusto per ogni cosa”. In questa “trappola” possono cadere tutti, compresi i sacerdoti. “Quello di un ministero stanco ed esangue è un rischio concreto che attraversa la vita del prete oggi”, osserva mons. Semeraro ricordando che “anche un sacerdote deve custodire il suo desiderio”. “Un prete – chiarisce – non è un sognatore disincarnato, ma si lascia educare e a volte perfino ferire dai sogni di un Dio che come difficile alleato lo chiama a essere partecipe dei suoi desideri”.
Secondo il vescovo di Albano, c’è una terapia per curare l’accidia e consiste nel “prendersi cura di sé”, nel “non abbandonarla, la vita, alla mercé del tempo, dell’esteriorità, della ‘quantità’, ad esempio, del numero di connessioni su Facebook, di follower su Instagram, al moltiplicarsi di pettegolezzi e delle chiacchiere”.

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