Santa Maria Ausiliatrice: mons. Nosiglia (Torino), “ci insegna a uscire da noi per andare incontro alle persone con segni, parole e gesti di amicizia e servizio”

“Maria insegna alle nostre comunità cristiane e a ciascuno di noi a percorrere le vie della storia e degli ambienti della nostra vita andando incontro alle persone, uscendo da noi stessi e offrendo segni, parole, gesti di amicizia, di annuncio, di preghiera, di servizio. Soprattutto, insegna a portare Gesù ovunque viviamo”. Lo ha detto oggi mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, nell’omelia della celebrazione delle al santuario basilica Maria Ausiliatrice di Torino, in occasione della festa che si celebra oggi. Guardando alle realtà locali, il presule ha tratto alcune indicazioni per “la nostra missione di credenti oggi e qui, nel nostro concreto vissuto e ambiente”. Innanzitutto, “Maria ci insegna il coraggio di osare. Possiamo dire che è stata questa la caratteristica più forte che ha dato il via al boom economico e a tantissime iniziative di impegno sociale nella nostra terra”. Eppure, “oggi, assistiamo a una crisi della speranza, per cui si cerca di conservare l’esistente e si ha scarsa fiducia nel domani” e “a farne le spese sono soprattutto i giovani”.
Anche nelle nostre comunità, ha avvertio l’arcivescovo, “avviene lo stesso”: “Così, vediamo quanta fatica si fa ad accettare i nuovi orientamenti pastorali che la diocesi propone, gli inviti e le proposte di formazione degli adulti e di rinnovamento della catechesi o le iniziative rivolte ai giovani, il buon funzionamento delle unità pastorali sul territorio tra parrocchie vicine, ma spesso separate e chiuse all’ombra del proprio campanile. Soprattutto, si fa fatica ad intraprendere un’azione missionaria rivolta a tutte le persone e famiglie che abitano nello stesso territorio cittadino e vivono ai margini delle parrocchie e delle realtà cristiane”.
E, ancora, “Maria ci insegna a investire il tempo non solo per il proprio benessere fisico e materiale, ma anche per la crescita umana e spirituale” e “ad usare il tempo per farci carico del disagio delle persone e delle famiglie”. Infatti, “la vita nei quartieri della nostra città e in particolare nelle periferie diventa sempre più problematica, per la solitudine di tanti anziani”, per il disagio di “tante famiglie composte da donne sole, madri con figli a carico, immigrati non integrati nel tessuto ambientale del territorio, senza dimora”, “campi rom simili a favelas sudamericane, realtà condominiali in perenne conflittualità”. Difficile anche “la condizione giovanile”, “aggravata da condizioni di vita spesso precarie”.

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