Rinnovamento nello Spirito: mons. Marcianò (Omi), “condivisione, misura dell’accoglienza. È un atteggiamento scomodo nel nostro tempo

“La parola ‘accoglienza’ oggi è strumentalizzata. C’è chi la pronuncia con terrore, chi ne fa una bandiera ideologica, politica; tuttavia, il suo significato viene spesso sovvertito, perché letto in chiave parziale: chi vanta l’accoglienza dello straniero non accetta che si parli di accoglienza della vita, e viceversa; così, chi pensa che si debbano accogliere tutte le opinioni finisce per non accogliere tutte le persone”: a parlare, oggi, alla 42ma Convocazione Nazionale dei Gruppi e delle Comunità del Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS) in corso fino a domani a Rimini, è stato mons. Santo Marcianò, Ordinario militare per l’Italia (Omi). Riprendendo il tema dell’incontro, “Oggi per questa casa è venuta la salvezza. A Gesù il potere di salvare, all’uomo la gioia di servire”, centrato sulla figura di Zaccheo, l’Arcivescovo castrense ha affermato che “accogliere significa anzitutto aprire lo spazio della conoscenza. Ma l’altro è sempre una novità, è sempre un mistero. Accoglierlo significa rendersene conto e aprirsi al suo spazio sacro, con l’audacia della conoscenza”. L’altro, ha sottolineato, è “il povero che bussa alle nostre mense come lo straniero che bussa ai nostri mari; il bambino che, forse, giunge indesiderato per una coppia, l’anziano che ci annoia e ci vincola, il malato che ci costringe a rivedere la gerarchia dei valori autentici della vita”. L’altro è “un mistero da conoscere, prima di tutto; una novità da scoprire. E quante volte il senso della vita si scopre nell’accogliere l’inatteso!”. E sono i bambini ad insegnare “il senso profondo dell’accoglienza, vera grandezza agli occhi di Dio, con l’entusiasmo e la curiosità di chi scopre nell’altro un dono”. Ma come accogliere? “Zaccheo – è stata la risposta di mons. Marcianò – accoglie offrendo ospitalità. Ed è interessante – ha precisato il presule – che la parola greca che indica l’ospitalità, nel Vangelo, sia filoxenìa, vale a dire amore dello straniero. Non è solo una questione di etnia: se ci pensiamo bene, si diventa stranieri ogni volta che non si è accolti, diventa straniero chi io non accolgo. E accogliere, infine, significa farsi carico, con una condivisione che è misura dell’accoglienza. È un atteggiamento scomodo nel nostro tempo, in cui vige l’attaccamento alle proprie ricchezze e la legge della deresponsabilizzazione: un problema sociale, certamente, ma prima di tutto antropologico. Accogliere è prendersi cura, pensando anche al dopo: “è un’azione che ci coinvolge nella totalità e continua nel tempo; è il riconoscersi in un’unica storia, in un comune destino di fratelli. È passare dall’“io” al “noi”; è fare spazio all’altro per costruire comunione, per creare comunità”.

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