Haiti: il dolore dei vescovi per un altro naufragio di profughi nel mar dei Caraibi. Accuse alle istituzioni politiche

Abbiamo appreso con grande tristezza la notizia della morte di una dozzina di nostri fratelli haitiani nelle acque di Turks e Caicos, domenica 31 marzo. La loro imbarcazione di fortuna ha fatto naufragio. Avevamo già dovuto alzare le nostre voci quest’anno già per lo stesso motivo, perché il 2 febbraio più di venti nostri compatrioti erano morti alle Bahamas. Inizia così l’accorato comunicato diffuso dalla Conferenza episcopale haitiana (Ceh), in seguito all’ennesimo naufragio del mar dei Caraibi di un’imbarcazione di fortuna attraverso la quale alcuni haitiani cercavano un futuro migliore. I vescovi ricordano che il precedente naufragio di febbraio “aveva attirato l’attenzione della comunità internazionale e dello stesso Papa Francesco, che aveva pregato per le vittime”. La Ceh esprime “sincera gratitudine” a coloro che sono intervenuti nelle operazioni di soccorso, dopo che la barca era affondata, e si rivolgono nel contempo alle “famiglie afflitte e colpite da questi infiniti dolori” esprimendo condoglianze, preghiera e solidarietà”. Queste tragedie stanno diventando comuni, riflettono i vescovi, di fronte al degrado e alle condizioni di sicurezza dei Paese, rispetto alle quali molti fuggono “in cerca di una vita migliore e più dignitosa”.

Prosegue il comunicato: “Dalla fine del 2017, abbiamo costantemente sollevato la nostra voce per attirare l’attenzione delle autorità sull’allarmante situazione della vita ad Haiti. Nel luglio 2018, le abbiamo pressate, chiedendo loro di adottare misure appropriate per fermare l’escalation di violenza e fame. Ma loro non hanno prestato attenzione. Deploriamo con forza e denunciamo l’indifferenza e l’inerzia inaccettabile dei funzionari pubblici, di fronte al destino di questi troppi haitiani che vivono ogni giorno con la fame e la paura. Ecco perché periscono in mare tentando di raggiungere gli Stati Uniti d’America, o altri paesi, con imbarcazioni di fortuna, perché il Paese non è più un sentiero di speranza per loro, ma un percorso di morte”.

I funzionari statali possono accontentarsi di gestire semplicemente il loro potere senza maiprendere in considerazione le promesse che hanno fatto e sulla base del quale sono stati eletti?”, si chiedono polemicamente i vescovi, sottolineando che i naufraghi “sono nostri figli, nostri fratelli e sorelle, nostri compatrioti”.

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