Fine vita: mons. Delpini (Milano), “definire la vita come dono di Dio sottrae all’uomo il diritto di decidere l’inizio e la fine”

“La vita non vale per quello che uno può fare, dire, pensare, produrre, ma per l’amore che riceve, l’amore di Dio. Definire la vita come relazione con Dio e dono suo sottrae all’uomo il diritto di decidere l’inizio e la fine della vita. Si deve convenire che poiché l’amore di Dio non finisce, non si può dire che la vita finisce”. Lo ha detto stamani l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, intervenendo al convegno Fadoi Anìmo sul fine vita, a Palazzo delle Stelline. Consapevole che “la condizione corporea dell’uomo e della donna implica una condizione di precarietà e una inevitabile esposizione al processo che conduce alla morte fisica”, l’arcivescovo ha segnalato che “la morte fisica e la precarietà del corpo non viene da Dio e Dio manifesta la sua onnipotenza nel salvare dalla morte”. Il presule ha indicato poi che “la precarietà della vita terrena espone i viventi al soffrire in una drammaticità di esperienze che coinvolgono tutte le dimensioni della persona: la dimensione corporea, la dimensione psicologica, la dimensione spirituale e il loro inestricabile comporsi”. La convinzione dell’arcivescovo è che “l’accesso alla vita che Gesù offre non è il permanere indefinito nella condizione fisica della vita, ma il ricevere la vita di Dio, che è la relazione che chiamiamo amore”. Infine, mons. Delpini ha annunciato che “la commissione episcopale per il servizio della carità e la salute della Cei sta preparando una nota sulla fase terminale della vita terrena”.

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