Brasile: 4mila indigeni e attivisti all’accampamento “Terra libera”. Nel documento finale attacco al Governo Bolsonaro e all’aggressività di latifondisti e multinazionali

Si è conclusa a Brasilia, con l’approvazione di un documento finale, la quindicesima edizione dell’accampamento “Terra livre” (“Terra libera”), che ha radunato dal 24 al 26 aprile 4mila leader indigeni e attivisti per i diritti umani.
Il documento, condiviso anche dal Cimi, il Consiglio indigenista missionario emanazione della Chiesa brasiliana, è un duro atto d’accusa alle prime scelte politiche del presidente Bolsonaro.
I partecipanti a “Terra livre” si dicono “indignati per la politica della terra portata avanti dal governo Bolsonaro e da altri organi dello Stato contro i nostri diritti”.
Gli indigeni manifestano “la veemente condanna degli intenti governativi di sterminarci, come fecero con i nostri antenati durante il periodo dell’invasione coloniale, durante la dittatura militare e anche in tempi più recenti, solo perché non vogliamo rinunciare al nostro diritto più sacro: il diritto originale alle terre, ai territori e ai beni naturali che abbiamo conservato per migliaia di anni e che costituiscono il fondamento della nostra esistenza, della nostra identità e dei nostri modi di vivere”.
Il documento denuncia “gravi attacchi ai nostri diritti”, l’aggressività dei latifondisti e l’accelerazione data alla legge generale per le licenze ambientali, destinata a impattare fortemente sui diritti degli indigeni. Si è molto parlato, a Brasilia, dell’affidamento delle attività di demarcazione delle terre, un tempo di competenza della Funai (l’organo governativo che si occupa della protezione degli indigeni), al ministero dell’Agricoltura. Il documento finale denuncia anche i “fortissimi interessi finanziari” delle multinazionali dell’agricoltura e delle estrazioni minerarie.

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