Terra Santa: mons. Pizzaballa, “servire il Vangelo più che servirci del Vangelo”

“Viviamo tempi dove la paura dell’altro, il rifiuto della fraternità, il ritorno a una concezione individualista della vita e anche della fede caratterizzano il nostro vivere quotidiano. Ci illudiamo che, per vivere, o sopravvivere, occorre occupare spazio per noi invece di fare spazio all’altro; che l’affermazione della nostra identità viene prima della relazione con chi mi sta accanto. Anche per noi preti, talvolta, il ministero viene confuso con l’esercizio del potere, fino all’abuso, come abbiamo troppo tristemente visto in questi tempi, anziché con il servizio alla vita della gente. Più che servire il Vangelo, può capitarci di servirci del Vangelo per noi stessi e i nostri interessi. Ci è stato chiesto di perdere la vita per Cristo e forse, talvolta, abbiamo preferito perdere Cristo per conservare la nostra vita”. Lo ha detto mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, celebrando oggi a Gerusalemme la messa del Giovedì Santo. Commentando il passo della lavanda dei piedi l’arcivescovo ha ricordato come “nell’ultima sera della sua vita, Gesù non ci dà semplicemente un buon esempio, ma ci rivela la logica della vita vera. Vivere è aprirsi, è chinarsi, è donarsi all’altro. Se vogliamo salvare questo nostro mondo, occorre che passiamo dalla paura alla fiducia, dalla ideologia dei confini, del rifiuto dell’altro, del nemico, alla cultura della relazione. Chinarsi verso l’altro, dunque, ma per sollevarlo, in una prospettiva di amicizia e di amore”. Un invito, quello di Cristo, “particolarmente attuale qui in Terra Santa. In Lui siamo figli di un unico Padre e ci sentiamo e vogliamo perciò costruire le nostre relazioni come fratelli: tra persone di diverse nazioni, culture e religioni. Senza Cristo, i nostri progetti non avranno consistenza e prospettiva”. “Essere cristiani, essere preti, essere uomini e donne della Pasqua” significa per mons. Pizzaballa, “condividere con Cristo l’arte del donarsi, dell’aprirsi, del chinarsi di fronte all’altro senza piegarlo a interessi di parte. L’amore cristiano non è un sentimento passeggero, ma è comando divino a uscire da noi stessi per andare verso l’altro, in un viaggio senza ritorno su di sé. L’altro, il diverso, non è una minaccia, ma un invito all’amore, un’occasione di servizio, uno spazio di testimonianza”. “Sono convinto – ha poi aggiunto – che la nostra appartenenza alla Chiesa non può ridursi a questione identitaria, ma deve diventare passione comunitaria, progetto di comunione, vita fraterna”. Occorre per questo “uno sguardo contemplativo che sappia andare al di là di differenze, rancori, campanilismi, per cogliere l’unica vocazione, il medesimo battesimo, il comune destino”. “Se non vogliamo che la nostra testimonianza si riduca a filantropia, occorre che rinnoviamo ogni giorno la nostra fede grata in Lui e nella Sua vittoria pasquale. Il vero servizio che salva – è stata la conclusione – è frutto della fede, risposta stupita a un dono ricevuto, nella quale alla Sua gratuità corrisponde la nostra gratitudine. Noi siamo e restiamo ‘secondi’ a Lui, veniamo ‘dopo’ di Lui”.

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