Carceri: don Grimaldi (Ispettore generale), “è emergenza sanitaria. Portare umanità e annunciare Vangelo per ravvivare speranza”

“Occorre portare umanità e attenzione alla persona al di là della legge, prendersi cura e annunciare il Vangelo per ravvivare la luce della speranza”. È l’esortazione di don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, al convegno nazionale Cei di pastorale della salute “Uno sguardo che cambia la realtà. La pastorale della salute tra visione e concretezza” che si chiude oggi a Roma. “Non bisogna mettere la legge al di sopra della vita”, afferma ricordando il diritto alla salute e alla cura per ogni individuo stabilito dalla Costituzione italiana, ma anche la realtà “molto complessa” della salute in carcere. “Soprattutto per i più poveri”, dal momento che “i ricchi fanno venire da fuori i migliori specialisti e si fanno curare”. La popolazione carceraria “è vulnerabile, in carcere è vera emergenza sanitaria. Per questo c’è bisogno di uno sguardo particolare”. “L’attuazione dei programmi per la salvaguardia della salute passa attraverso la formazione degli operatori della salute che operano a fianco degli operatori della sicurezza” ma passa anche attraverso la “difficoltà – permessi del magistrato, scarsità di mezzi e personale – di far curare un detenuto in strutture esterne al carcere”. E se dal 1° aprile 2018 il ministero della Giustizia “ha ascritto le competenze della sanità penitenziaria alle regioni, a fronte di risvolti positivi questo solleva anche molti interrogativi, soprattutto per la lentezza delle procedure”. Sui 198 istituti di pena solo 38 sono dotati di un centro clinico, ma di questi 13 non sono mai stati aperti. In carcere c’è un diffuso disagio psicologico, soprattutto fra gli stranieri, ma manca l’assistenza necessaria. Molti detenuti sono affetti da patologie croniche: cancro, leucemia, diabete, Alzheimer, depressione. “I cappellani – conclude Grimaldi  – con la loro presenza sono di grande aiuto, ma la malattia vissuta nella solitudine di una cella è tremenda e la solitudine senza speranza uccide”.

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