Giovani: don Gentili (Cei) a Missio Ragazzi, “siete cercatori di perle, custodi di bambini, ragazzi, adolescenti”

Don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale della famiglia, è intervenuto oggi al convegno nazionale di Missio Ragazzi, sezione della Fondazione Missio (organismo pastorale della Cei) che promuove la dimensione missionaria nelle realtà ecclesiali impegnate nell’educazione alla fede. Rivolgendosi agli incaricati diocesani riuniti a Roma da ieri per una tre-giorni di confronto su temi e strumenti dell’animazione missionaria dei bambini, don Gentili – durante l’omelia della messa che ha presieduto – ha paragonato gli educatori alla fede ai cercatori di perle, icona del Vangelo: “Nel vostro anelito missionario siete cercatori di perle: custodi di bambini, ragazzi, adolescenti. Avete una cristalleria tra le mani”. Ricordando la statistica secondo la quale in una Regione italiana (Toscana), solo un bambino su due viene battezzato, don Gentili ha ribadito che c’è bisogno dell’annuncio missionario anche qui, accanto alla porta di casa. Per questo educare bambini e ragazzi alla fede è già una missione. Ciò non toglie niente alla chiamata ad gentes, ma la questione non è la distanza geografica: “Se tu annunci il Vangelo a chi ti vive a fianco, poi sei anche disposto a partire per terre lontane”, ha precisato il direttore dell’Ufficio Cei. Certamente la famiglia ricopre un ruolo fondamentale nell’educare i bambini alla missionarietà: è qui che i più piccoli imparano ad innamorarsi della missione. “La famiglia – ha concluso don Gentili – ha il primato educativo di generare i figli non solo alla vita, ma alla vita in pienezza, che consiste nell’essere dono per gli altri. La famiglia è la prima palestra di socialità, tra fratelli, ma anche tra generazioni differenti. Quando questo scambio generazionale funziona, di solito c’è anche un’apertura della famiglia verso l’esterno, soprattutto verso i più piccoli, deboli, poveri: lì la missionarietà è fatta carne, si mangia insieme al pane quotidiano. In altre parole gli appartamenti non sono più ‘appartati’, ma diventano una terrazza sul mondo. Da qui nasce la percezione che c’è bisogno di aprirsi all’intero mondo, ai confini grandi della fraternità universale, alla grande famiglia di famiglie che è l’umanità”.

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