Ebrei: Riccardi (presidente Società Dante Alighieri), posizione più profetica che politica

Nell’Italia del 1938, quando vennero varate le leggi razziali, il regime “aveva imbavagliato la stampa, tanto che venne impedito ai giornali cattolici di pubblicare le parole del Papa sul razzismo”. Lo ha ricordato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e presidente della Società Dante Alighieri, nella sua relazione al convegno “Chiesa, fascismo ed ebrei: la svolta del 1938”, organizzato a ottant’anni dalle leggi razziste del fascismo dalla Società Dante Alighieri, in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano e l’Università per Stranieri di Perugia. “In questo quadro – ha osservato – emergono diverse linee di preoccupazione in Vaticano, su cui spicca, ma non s’impone del tutto, quella di Pio XI”.
Nel 1938, “un anno terribile per gli ebrei, non solo in Italia, ma per il pogrom in Germania nella notte tra il 9 e il 10 novembre e il diffondersi delle misure antisemite in Polonia, in Romania e in Ungheria”, papa Ratti “matura una posizione più ‘profetica’, per usare un’espressione impropria, che politica”. Per certi aspetti, ha aggiunto Riccardi, “questa posizione lascia fluttuare le cose in Vaticano”. “Pio XI – ha spiegato lo storico – misura le conseguenze: un problema di vita e di morte per gli ebrei, ma anche una questione grave per la Chiesa”.
Un Papa “autorevole, definito autoritario, come Pio XI, si trova di fronte un panorama in cui i segmenti del cattolicesimo conoscono l’attrazione dei processi nazionali”, ha rilevato Riccardi evidenziando che “la sua scelta, negli ultimi anni Trenta, è un messaggio forte sul nazionalismo e l’antisemitismo, definiti nuovi idoli della modernità con il comunismo, tesa a bloccare la fascinazione di queste dottrine sui cattolici”.

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