Beati martiri di Tibhirine: fratel Schumacher (sopravvissuto), “oggi quello Spirito rivive in Marocco, nell’amicizia con i musulmani”

“A Tibhirine le campane del monastero suonavano e i musulmani non ci hanno mai chiesto di farle tacere. Noi ci rispettiamo nel cuore stesso della nostra vocazione comune: adorare Dio”. Lo afferma fratel Jean-Pierre Schumacher, uno dei due superstiti del tragico rapimento dei monaci di Tibhirine nel 1996, in un’intervista rilasciata al giornalista François Vayne e pubblicata nel libro “Semplicemente cristiani. La vita e il messaggio dei beati martiri di Tibhirine” (ed. Lev), che sarà presentato oggi a Palazzo Pio, in Vaticano. Adesso fratel Schumacher vive in una comunità monastica a Fez, in Marocco, fondata dai monaci di Tibhirine. “Bruno, uno dei nostri fratelli di Fez, ha dato la sua vita al mio posto, al momento del rapimento. È stato preso per errore, perché era a Tibhirine solo di passaggio – racconta il frate –. Prima di venire a sapere che i sette fratelli erano morti, sono andato a Fez, nel maggio 1996, per continuare il nostro impegno di cristiani in preghiera, pellegrini dell’amicizia, nel mondo musulmano. Eletto priore della comunità di Fez, sono quindi rimasto in Marocco”. Fratel Schumacher racconta inoltre che “la comunità di Nostra Signora dell’Atlante, in Marocco, ha ormai preso il posto della comunità trappista d’Algeria”. “Lo Spirito di Tibhirine è vivo”, afferma. Parlando del dialogo con i musulmani, il frate spiega che, “in Marocco, noi viviamo questa comunione nella preghiera, quando ci alziamo di notte per pregare, alla stessa ora in cui i nostri vicini musulmani sono svegliati dal muezzin”. “La fedeltà all’appuntamento della preghiera – conclude – è il segreto della nostra amicizia con i musulmani. I musulmani ci insegnano a pregare, prendiamo esempio da loro”.

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