Beati martiri di Tibhirine: fratel Schumacher (sopravvissuto), “la notte del rapimento gli uomini armati non si comportavano come al solito”

“A partire dal 1993 gli islamisti armati venivano al monastero, di notte, il più delle volte per cure mediche. Noi siamo rimasti neutrali rispetto al conflitto che li opponeva al potere militare di Algeri. Come durante la guerra d’Algeria, Luc curava i ‘ribelli’, nel nome dell’amore di Cristo per chiunque soffre”. Lo racconta fratel Jean-Pierre Schumacher, uno dei due superstiti del tragico rapimento dei monaci di Tibhirine nel 1996, in un’intervista rilasciata al giornalista François Vayne e pubblicata nel libro “Semplicemente cristiani. La vita e il messaggio dei beati martiri di Tibhirine” (ed. Lev), che sarà presentato oggi a Palazzo Pio, in Vaticano. “Le autorità non hanno capito il nostro atteggiamento. Un gruppo è venuto a rapire i monaci il 27 marzo 1996, forse con l’intenzione di allontanarli, non di ucciderli”, continua il racconto fratel Schumacher. Ripercorrendo quella notte, il frate spiega di aver “constatato che gli uomini armati che erano venuti non si comportavano come al solito”. “Non hanno bussato alla porta della foresteria perché andassi a cercare Luc, il medico. Hanno preso i miei sette fratelli, incluso Bruno, appena arrivato dal Marocco, e se ne sono andati”. Ancora un dettaglio. “Le linee telefoniche erano state interrotte”. “Ho pregato affinché i miei fratelli fossero testimoni della benevolenza di Dio in mezzo a quei misteriosi rapitori; erano in missione di pace tra di loro, in ogni caso”.

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