Plastica: Puglisi (Università Cattolica), “fare chiarezza e dare spazio alla ricerca scientifica”

Chiarezza e spazio alla ricerca scientifica per soluzioni alternative. È il messaggio di Edoardo Puglisi, docente di Microbiologia agraria alla facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali presso l’Università Cattolica, che in un intervento reso noto oggi da CattolicaNews cerca di fare il punto sul tema “plastica” a partire dal grande incendio di un capannone in provincia di Pavia, dove erano sistemate materie plastiche, e della polemica scatenata dall’obbligo di pagare i sacchettini biodegradabili nei supermercati. “La parola plastica – dice Puglisi – è estremamente generica. Per fare un po’ di chiarezza possiamo classificare le plastiche secondo due diversi criteri, partendo cioè dal loro inizio (da cosa viene prodotta) e dalla loro (possibile) fine (quanto tempo ci mette a degradarsi)”. Le fonti possono quindi essere il petrolio ma ormai anche la biomassa di vegetali o i materiali organici di scarto. La degradabilità è pressoché nulla per il polietilene e il polipropilene, mentre è variabile per le cosiddette bio-plastiche. Ma vi sono, spiega Puglisi, “le plastiche da materia prima rinnovabile e degradabile, come il MaterBi, utilizzato nella produzione di sacchetti per la spesa e ottenuto a partire da amido di mais. L’impatto ambientale è sensibilmente minore ma, come nel caso del bio-polietilene, la domanda da porsi è: quanto è sostenibile ed etico coltivare (ovvero sfruttare superficie arabile) per produrre materiali anziché cibo?”. Per questo si stanno studiando plastiche (come i poliidrossialcanoati), prodotte dai microorganismi a partire anche dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani. Poi c’è il fronte delle plastiche non degradabili. È qui che l’Università Cattolica sta lavorando intensamente con il progetto Microplast (finanziato dalla Fondazione Cariplo) che ha l’obiettivo di studiare i “meccanismi di degradazione del polietilene da parte dei batteri”. Sono già stati trovati più di 70 ceppi batterici in grado di crescere utilizzando il polietilene come unica fonte di carbonio. Sui migliori sono in corso altre analisi per arrivare, conclude Puglisi, a capire meglio “i meccanismi di degradazione microbica per poterli potenzialmente sfruttare in futuro”.

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