Disabilità: Riva (L’Abilità), “l’obiettivo non è solo educare, ma includere nella società i bambini”

“Aspettare un bambino è un po’ come prepararsi a un viaggio in Italia: si comprano le guide, si impara qualche frase e ci si aspetta di vedere Michelangelo o Leonardo. Se nasce disabile, invece, si scopre di essere atterrati in Olanda. All’inizio si è sorpresi ma poi si capisce che anche in Olanda c’è qualcosa di bello, in Olanda c’è Rembrandt”. Con queste parole Carlo Riva, direttore de “L’Abilità” , ha presentato le attività della sua Associazione Onlus durante il seminario organizzato dall’Ufficio catechistico della diocesi di Roma sulla disabilità. “Lavoriamo – ha continuato – con bambini dai 0 ai 10 anni, con disabilità diverse, dalle più lievi alle più gravi. Il tema del bambino è sempre qualcosa di osceno, di cui dobbiamo parlare perché c’è un dolore innocente che accompagna i papà e le mamme alla comprensione. Quello che cerchiamo di fare con i genitori è una riflessione sull’identità del bambino, indipendentemente da quello che riuscirà a fare”. E poi “cercare di far capire che la disabilità non è una malattia ma una condizione umana: se riusciamo in questo, ci risulta più facile lavorare sui modelli di inclusione della persona che è il nostro obiettivo finale. I genitori continuamente riportano i temi del dolore, ma il nostro compito è fare in modo che la sofferenza abbia un senso. Lo fanno non solo gli psicologi, ma la comunità”.

Il direttore della Onlus ha riportato una serie di esperienze di genitori con bambini con disabilità, esplorando più dimensioni su cui si misura la condizione: “Una società – ha spiegato – che va di fretta non dà attenzione al tempo, ma in una famiglia con una disabilità il tempo è lungo e viene impiegato per la relazione, l’ascolto, l’accettazione, la comprensione, l’attesa, la risposta, il fare e il dolore. Altra dimensione è lo spazio del corpo, tra i corpi e della volontà. Dobbiamo smetterla di pensare che un bambino con disabilità abbia bisogno di una riabilitazione. Serve un intervento precoce e mai dimenticare il diritto all’educazione del bambino. Nell’educare – ha concluso – facciamo degli errori, ma il giusto cammino dell’educare è farci continuamente delle domande”.

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