Diocesi: Milano, “Cresciuto in oratorio”. Giacomo Poretti, “Che meraviglia l’oratorio!”

“La prima volta che ho varcato la porta di un Oratorio avevo 6 anni, era quello del mio paese dove sono nato e cresciuto (poco). Il mio Oratorio si chiamava S. Giovanni Bosco e S. Chiara. Fino alla quarta elementare sono stato convinto che S. Chiara fosse la moglie del signor S. Giovanni Bosco”, così il comico Giacomo Poretti ha iniziato il suo intervento, (il testo completo è pubblicato oggi su Avvenire), nella serata di ieri all’oratorio S. Andrea di Milano per “Cresciuto in oratorio”. Poretti, insieme ai calciatori Beppe Bergomi e Manuel Locatelli, la cantante Bianca Atzei, il tennista Corrado Barazzutti e il cantautore Davide Van de Sfroos è uno dei volti dell’iniziativa promossa dalla diocesi di Milano con l’obiettivo di ribadire il valore sociale degli oratori.
“Che meraviglia l’Oratorio! – ha ricordato il comico – La cosa straordinaria era il campo da calcio in erba da 11 giocatori! L’unico problema è che li sopra ci giocavamo in 280, ossia tutti i bambini dai 6 ai 13 anni del paese. Le porte erano fatte con i maglioni o i cappotti ammonticchiati; quando alla sera si andava a casa spesso si ritornava con gli indumenti di un altro”. E l’arbitro non poteva che essere il parroco, don Giancarlo, “che alle ore 17 fischiava la fine delle competizioni e ci trascinava tutti e 280 nella cappella”. L’amarcord di Poretti ripercorre la giornata-tipo di un ragazzino tra scuola, casa e oratorio, dove si arrivava di corsa appena apriva e “il don poi chiudeva la porta con un catenaccio. Tutti i bambini stavano li dentro al sicuro fino alle ore 18, nessun pericolo si sarebbe abbattuto su di loro tranne i calci del don”. L’oratorio è anche il luogo dove il futuro comico fa il suo esordio in teatro: “Ero uno dei 3 bambini che dovevano recitare nella commedia che si sarebbe rappresentata per la fine dell’anno scolastico, servivano un bimbo piccolissimo, uno grasso e uno smemorato”, però “nelle prove ridevamo a crepapelle senza riuscire a fermarci, proprio come quando succedeva in Chiesa durante la Messa; allora don Giancarlo doveva darci qualche scapellotto per farci smettere, proprio come faceva in Chiesa”.
“Quando c’erano gli oratori – conclude Giacomo Poretti – i genitori non avevano bisogno di assumere le tate e di iscrivere i figli ai corsi di judo, karate, nuoto, inglese, tennis, rugby ed equitazione. Il don era la tata di tutti i ragazzi del paese”.

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