Corridoi umanitari: 5 profughi dalla Libia accolti nelle strutture della Caritas di Arezzo

Sono stati accolti in due strutture della Caritas di Arezzo cinque dei 160 profughi giunti nei giorni scorsi all’aeroporto militare di Pratica di Mare, a Pomezia (Roma), con il primo corridoio umanitario aperto con la Libia, grazie all’impegno della Cei e del governo italiano. Si tratta di una donna, Eden, con la figlia di 5 anni, in fuga dall’Eritrea e di tre ragazzi, Alì, Alì e Anas, fuggiti dallo Yemen. Subito dopo il loro arrivo nella città toscana, hanno svolto i primi colloqui con gli operatori della Caritas e con i mediatori culturali. Eden con la figlia è ospite di una casa famiglia per donne con bambini, mentre i tre yemeniti si trovano in una casa di accoglienza per adulti singoli. I cinque migranti sono stati sottoposti a visite mediche all’ospedale di Arezzo, mentre la bambina a visita pediatrica. “Le loro condizioni sono risultate buone”, spiega Luca Piervenanzi, referente dell’area immigrazione della Caritas di Arezzo. Eden, 43 anni, cristiana ortodossa, ha raccontato agli operatori il suo anno in Libia, dopo la fuga dall’Eritrea, sotto dittatura militare, dove dal 1994 era stata integrata obbligatoriamente per diversi anni nell’esercito. Lasciato il suo Paese di origine, è arrivata in Sudan dove è rimasta per alcune settimane in un campo profughi. Quindi, il viaggio per la Libia, pagando cinquemila dollari ai trafficanti. “Ci ha detto che è stato difficile vivere lì soprattutto per le sofferenze fisiche e la mancanza di igiene e di cura. Scarso anche il cibo. Non sempre era possibile mangiare un pasto al giorno”. In quest’anno si è spostata in varie parti del Paese per evitare di finire in carcere. La donna era riuscita anche a partire per l’Italia con la figlia a bordo di un barcone, ma il motore si è guastato poco dopo la partenza. In Eritrea ha ancora due figli, rimasti ad Asmara col nonno anziano e senza entrate economiche. Tra le prospettive, quelle del ricongiungimento familiare col marito che si trova in Svezia o di rimanere in Italia. Dallo Yemen, in guerra civile, sono giunti, invece, i tre ragazzi, musulmani, tra i 25 e i 30 anni, rimasti per quattro mesi in Libia, dove hanno raccontato di “aver subito torture infernali” e di “condizioni detentive animalesche nel centro dove erano prigionieri”. “Abbiamo subito fornito loro tessere telefoniche internazionali per chiamare amici e familiari che si trovano in altri Paesi – racconta Piervenanzi -. E poi abbiamo spiegato le procedure e le pratiche per la protezione internazionale. Nei prossimi giorni cominceranno a frequentare la nostra scuola di italiano per stranieri”.

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