Diocesi: mons. Gardin (Treviso), “per una pacifica convivenza la città deve essere autentica comunità”

“Voi siete chiamati, in forza del vostro compito, a costruire e a far funzionare la polis, la città. Ma perché la città sia convivenza proficua per tutti e luogo in cui è riconosciuta la dignità di ciascuno, deve essere autentica comunità, cioè insieme di relazioni armoniose, positive, solidali”. Lo ha detto, stasera, mons. Gianfranco Agostino Gardin, vescovo di Treviso, incontrando amministratori e politici della diocesi. Di fronte a una “società che alimenta individualismi e separatezze”, “ci è chiesto di adoperarci per imparare a ricostruire comunità”. In altre parole, ha spiegato il presule, “è chiesto – anche a voi politici e amministratori pubblici – di privilegiare atteggiamenti mentali e scelte operative che si caratterizzino fortemente per un investimento di capacità umane e relazionali, che rendono possibile l’ascoltare l’altro, entrare con lui in empatia, chiunque esso sia, dal condominio al paese e alla città, ricostruendo quel capitale-fiducia fortemente eroso e la cui mancanza è alla base delle paure del presente”. Per il vescovo, i “collanti più efficaci” sono i “beni relazionali: offerti da atteggiamenti, tempi, gesti, azioni di persone disponibili, da parrocchie, associazioni, comitati, volontariato sociale, sportivo, formativo, dalle scuole. Si tratta di un tessuto sociale ricchissimo e pervasivo nei nostri paesi. Questi beni permettono di aumentare non solo il reddito, il che è certo già interessante, ma soprattutto il senso del vivere, l’apprendere e il sapere, il comunicare, il desiderio di conoscersi, di fidarsi e di stare bene insieme, di divenire solidali. Perché la vita non funziona, se siamo soli. Quando restiamo soli, siamo fragili e facilmente vulnerabili”.
Il vescovo ha parlato anche dell’emergenza lavoro: “Se guardiamo alla nostra realtà provinciale e diocesana, incontriamo troppo spesso fenomeni quali: lavoratori esclusi a 10-15 anni dall’età del pensionamento che non sanno dove trovare nuovo lavoro; giovani che non lo trovano e vanno all’estero, dopo che la famiglia, le istituzioni, lo Stato hanno investito rilevanti risorse umane e finanziarie per formare ciascuno di essi, con la conseguenza di impoverire la società futura del nostro paese sul piano delle qualità e capacità umane e professionali, oltre che su quello economico e previdenziale; giovani costretti ad adattarsi a svolgere mansioni che troppe volte si rivelano temporanee, sottopagate, frustranti; giovani non formati ad esercitare lavori e mansioni anche manuali e materiali, specie nella manifattura e nei servizi, di cui c’è richiesta da parte di industriali del territorio e che a questo punto divengono lavori appannaggio obbligato degli immigrati; e giovani immigrati che trascorrono le giornate nel vuoto di piazze della città e dei paesi, in attesa di riconoscimento, formazione, lavoro”. Di qui l’invito a “investire nella formazione giovanile e nell’istruzione”.

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