Venezuela: Capuzzi, siamo a un punto di tensione estrema

(DIRE-SIR) Il presidente Maduro sbatte la porta in faccia alla mediazione del Vaticano. Il viaggio dal 24 al 29 maggio di monsignor Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, è stato annullato “per motivi che non dipendono dalla Chiesa”, come ha fatto sapere la Nunziatura apostolica in un comunicato diffuso dall’agenzia Fides. Gallagher avrebbe dovuto presenziare alla nomina del nuovo nunzio apostolico per il Venezuela, ma con l’occasione anche dare un segnale al processo di destituzione del Presidente Nicolas Maduro, come sperava il leader dell’opposizione Enrique Capriles. Il governo però ha detto “no”. La polarizzazione dello scontro tra le parti in Venezuela quindi ha raggiunto ormai “un punto estremo” spiega all’agenzia Dire Lucia Capuzzi, giornalista del quotidiano Avvenire esperta di America Centrale e Latina. Secondo Capuzzi, la Chiesa cattolica è uno dei pochi attori internazionali che potrebbero allentare la tensione che sta crescendo sempre più rapidamente, con l’opposizione che accelera per porre fine al mandato del Presidente Maduro, e il governo che invece resiste ma è fuori controllo, arrivando persino a bloccare gli aiuti umanitari diffusi da Caritas e altre ong internazionali in tempo di piena catastrofe economica. Ai bordi del ring, l’esercito – prima “bastione” del governo di Hugo Chavez, oggi tiepido alleato di Maduro – che per ora resta ai margini, ma il cui intervento potrebbe far precipitare il paese nella guerra civile.

“Uno dei pochi canali di dialogo plausibili per la credibilità di cui gode, e per il fatto di essere riconosciuta da entrambe le fazioni in lotta, è la Chiesa cattolica” spiega Capuzzi. Credibilità che deriva dalla positiva azione “sempre volta a promuovere il dialogo” sia del precedente Nunzio apostolico in Venezuela Pietro Parolin, sia di Bergoglio, il Papa argentino che ha favorito la fine della decennale crisi di Cuba. Questa posizione ha motivato l’intervento della Santa Sede – ribadita lo scorso 11 maggio – che si è resa disponibile a intervenire per riaprire il confronto tra governo e opposizione. Ma con la scelta di oggi sta per chiudersi anche questo spiraglio. È la comunità internazionale può poco: “l’Osa – l’Organizzazione degli stati americani – ha tentato una mediazione, ma ha fallito”, spiega la giornalista. Ogni forma di intervento degli Stati Uniti invece “è letta come un atto di imperialismo, e quindi respinto”, mentre le Nazioni Unite “essendo percepite come emanazione diretta di Washington, sono ininfluenti”. Quanto agli altri stati vicini, “hanno serie difficoltà a dialogare con un governo che dà segni di cedimento e isteria”. Ma da cosa ha origine questa escalation di tensioni? “In Venezuela si stanno sommando tre crisi: quella della leadership politica, quella economica, e infine quella istituzionale. Maduro- argomenta l’esperta- non ha né il carisma né la forza politica del suo predecessore, Hugo Chavez. A questo si è aggiunta la crisi economica determinata dal crollo del prezzo del petrolio, risorsa su cui l’era chavista aveva fondato interamente il suo sviluppo e il miglioramento del benessere sociale attraverso un sistema di sussidi per beni e servizi”. Con la crisi però, questo meccanismo di colpo si è inceppato, “e tutti i nodi che i petrodollari tenevano coperti – in termini di disagio sociale – sono venuti al pettine”. Questo ha eroso con decisione il consenso alla base del governo Maduro. Così, alle elezioni parlamentari di dicembre scorso, per la prima volta ha conquistato la maggioranza della Camera: “Parlamento e governo si trovano quindi in mano a forze politiche diverse, e questo fa sì che ogni progetto di legge sia bloccato sistematicamente dal governo”.

L’opposizione in Venezuela ha quindi avviato il processo di destituzione del Presidente – che non solo è capo di Stato, ma anche di Governo – “peraltro legale- prosegue la giornalista- perché la Costituzione prevede che quando il Presidente arriva a oltre la metà del proprio mandato, un referendum popolare può decidere che sia rimosso. L’opposizione ha lanciato allora una campagna di raccolta firme, e sembra che ne abbia ottenute quasi 2 milioni. In un primo momento Maduro si è detto disposto a consentire il referendum, ma poi ha fatto marcia indietro”. A peggiorare le cose la destituzione della sua omologa, Dilma Rousseff, in Brasile: “Maduro ha colto l’occasione per un gesto molto grave: ha proclamato lo stato di emergenza. Chavez non lo aveva mai fatto neanche nei momenti più difficili”. Questo atto, dice ancora Capuzzi, ha subito acuito la rabbia sociale: “sebbene il motivo ufficiale sia il timore che alla crisi brasiliana possa seguire un intervento militare esterno da parte degli Stati Uniti, a tutti è risultato evidente che siamo di fronte a una mossa volta a depotenziare la campagna interna di opposizione anti-Maduro. I margini del dialogo si vanno restringendo sempre di più e questo fa sì che in ambo le parti prevalgano le ali più dure e disponibili allo scontro diretto”. Nicolas Maduro non può neanche contare sull’appoggio dell’esercito: la crisi economica ha costretto a ingenti tagli alle Forze armate, aumentando il distacco. Lo scontro istituzionale si riverbera anche nella società civile “già spaccata, dall’epoca precedente, in filo-governativi e anti-governativi. Nelle manifestazioni ad esempio, le parti giungono alla violenza molto rapidamente”. Per Lucia Capuzzi l’alternativa più inquietante “è invece un intervento armato per mantenere Maduro e lo status quo. Le incognite sono veramente tante. Il vero problema è che quegli spazi di mediazione che le due principali fazioni in Parlamento faticosamente cercano, si stanno stringendo sempre più. La proposta della Chiesa era di accompagnare queste parti al tavolo del dialogo, senza prendere posizione. Ma- conclude Capuzzi- fintanto che manca una volontà politica a uscire dall’impasse, le anime più radicali prenderanno sempre più pericolosamente il sopravvento”.

(www.dire.it)

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