Carità: don Ciotti (Libera), insieme alla solidarietà copre “i vuoti della politica spesso muta”

“La carità si comunica da sola perché è testimonianza. Proclamare i diritti delle persone è il modo migliore per comunicare la carità. Carità e giustizia sono inseparabili”. Lo ha detto don Luigi Ciotti, che oggi, a Roma, è intervenuto al seminario “Comunicare la carità” promosso dalla Cei e dalla Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali. Il fondatore di “Libera” ha sottolineato l’importanza della “cultura della partecipazione e dei percorsi di trasparenza. Essere caritatevoli e giusti e impegnarsi per la dimensione della giustizia”. Secondo il sacerdote anti-mafia, “oggi la solidarietà e la carità coprono i vuoti della politica che spesso è muta, non solo in casa nostra. Non ho sentito alzare la voce contro le dittature in atto in questo momento”. A rendere muta la politica anche “motivi economici, geopolitici, militari” come nel caso della Turchia, dove “è successo di tutto in una notte”. Politica muta contro i respingimenti, contro i muri, “nel mondo ci sono oltre 14mila chilometri di muri, una lunghezza maggiore di quella del pianeta”. “Il miglior modo di comunicare la carità – ha ribadito don Ciotti – è riaffermare la dignità delle persone. Non possiamo tacere davanti alle ingiustizie e alla diseguaglianze. I poveri, i migranti vengono trattati con disprezzo. Ci sono 11 milioni di italiani che si curano di meno a causa del costo dei farmaci. Nel nostro Paese ci sono 6 milioni di analfabeti, persone che non hanno strumenti per avere accesso all’altro”.

“Una delle grandi emergenze di oggi, la grande povertà, è la solitudine. Cresce il senso di sentirsi soli, si vive accanto e non insieme”. La solitudine che si affianca ad altre povertà/dipendenze come la droga, l’alcool, la bulimia e l’anoressia, internet, il gioco d’azzardo, “quest’ultimo moltiplicato dalla crisi economica con l’ipocrisia dello Stato che lo permette con mezze leggi e compromessi. Basti vedere la nazionale di calcio italiana che come sponsor ha una società leader nelle scommesse e delle macchinette”. Tuttavia, ha aggiunto il fondatore di Libera, “molte persone sconfitte o rassegnate possono ritrovare motivazioni e progetti se non sono lasciate al loro destino. Bisogna scommetterci. È il noi che vince”. Comunicare tutto questo richiede “accuratezza, rigore, distacco critico, sensibilità. Non serve drogare le storie e i vissuti delle persone, né tantomeno teatralizzare, distorcere o semplificare i fatti. Comunicare la carità richiede anche una dieta delle parole-spettacolo che allontanano dalla vista la realtà. Le parole devono dire i nostri bisogni e le nostre speranze. Ai media chiedo di sposare la libertà, come chiede l’articolo 21 della Costituzione. Diversamente la loro sarebbe propaganda. Nel Vangelo c’è molta politica quando denuncia le ingiustizie, nella Costituzione c’è molto Vangelo quando parla di giustizia sociale. Ripartiamo dalla speranza degli esclusi, perché la speranza o è di tutti o non è speranza”.

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