Attentato Libano: Karam (Caritas ), “uniti contro il terrorismo”

“La risposta più forte che adesso si può dare è quella di rafforzare l’unità nazionale contro il fondamentalismo e il terrorismo”. Nel giorno in cui il Libano piange i suoi morti (43) e feriti (240) dell’attentato kamikaze di ieri nel quartiere di Beirut controllato dagli sciiti di Hezbollah, a parlare è padre Paul Karam, direttore di Caritas Libano. “Con la violenza non si risolve nulla, men che meno i conflitti. Chi si fa esplodere ha subito manipolazione e un vero lavaggio del cervello – dice il sacerdote maronita -; davanti a questi gesti inumani la comunità internazionale non può restare inerme ma adoperarsi per fermare la guerra in Siria, in Iraq e spegnere i conflitti in tutta questa regione mediorientale”. Per il direttore della Caritas “la pace si costruisce sulla giustizia e non perseguendo interessi politici particolari. È necessario fermare il commercio di armi che alimenta queste guerre, come invocato più volte da Papa Francesco. La gente è stanca di conflitti, di attentati e vuole pace e giustizia. Se Usa, Russia, Arabia Saudita e altri Paesi sono concordi, il massacro di gente innocente e indifesa finirà presto”.
Ma ci sono anche alcune domande che devono trovare risposta per definire poi una soluzione giusta e duratura: “Chi sta finanziando questa guerra e perché? Chi finanzia i terroristi?”. Per adesso, però, la risposta più urgente da dare “è rafforzare l’unità nazionale contro il fondamentalismo e il terrorismo. Solo l’unità, il dialogo e il rispetto della diversità potranno salvare il Libano. Diversamente avremo davanti lo spettro della Siria, dell’Iraq, della Libia”. Questo processo di rafforzamento dell’unità nazionale passa, spiega il maronita, anche “attraverso la nomina del presidente del Libano, carica da lungo tempo vacante, e la riorganizzazione delle strutture legislative e ministeriali del Paese. Tutti, a ogni livello, devono assumersi le loro responsabilità. Ce lo chiedono anche i milioni di rifugiati che oggi vivono in Libano e che desiderano di rientrare nelle loro case in Siria e Iraq”.
“Sono certo – conclude – che il Libano rimarrà quel ‘messaggio’ di pace e di pluralismo che è sempre stato. Deve continuare a esserlo sia per l’Occidente sia per il Medio Oriente, ma dobbiamo difenderlo e non metterlo a rischio di destabilizzazione. Se continua la guerra in Siria, è inevitabile che il nostro Paese rischi di essere risucchiato nel vortice”.

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