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Chiesa e politica tra sovranismi e fine della democrazia. Tognon: “Gestire la crisi senza che bruci la casa comune”

"Viviamo da troppo tempo l’illusione che la libertà sia come l’acqua e la sprechiamo. Invece pace, libertà, sviluppo e giustizia non sono parole, ma i punti cardinali di una visione universale della vita fondata sul riconoscimento delle fragilità umane". È il parere di Giuseppe Tognon, professore di Storia dell’educazione alla Lumsa di Roma e presidente della Fondazione trentina Alcide De Gasperi

Di fronte al complesso scenario internazionale, alla crisi della democrazia e all’emergere dei sovranismi in salsa social che rendono la realtà sempre più difficile da interpretare, Giuseppe Tognon, professore di Storia dell’educazione alla Lumsa di Roma e presidente della Fondazione trentina Alcide De Gasperi, mette in guardia dal pericolo: “Viviamo da troppo tempo l’illusione che la libertà sia come l’acqua e la sprechiamo. Invece pace, libertà, sviluppo e giustizia non sono parole, ma i punti cardinali di una visione universale della vita fondata sul riconoscimento delle fragilità umane”.

L’attualità politica europea è dominata dalla discussione sulla crisi dei sistemi politici tradizionali e sull’avanzata di movimenti o partiti definiti populisti o sovranisti che invocano una discontinuità profonda con il passato. Si tratta davvero di una rottura di sistema e che cosa si è “rotto”?
È certamente una crisi profonda, un’eruzione politica, ma non credo sia una crisi di sistema. Non vedo i segni dell’inizio di un nuovo sistema politico. Non vedo un nuovo pensiero politico ed anzi temo che si voglia far durare la polemica antieuropeista il più a lungo possibile per rafforzarsi al governo, se ci si è arrivati, o per arrivarci.

Certo si è definitivamente rotto un rapporto tra istituzioni e cittadini che era usurato da tempo.

foto SIR/Marco Calvarese

Il populismo è il sintomo, non la causa di una più profonda crisi di fiducia nelle virtù della politica che si è definitivamente “secolarizzata” ed ha perso ogni carattere di sacralità. Ormai i meccanismi del consumo sono entrati anche in politica e il prodotto più facile è quello offerto da leader influencer cioè capaci di mostrarsi “come noi”, di pensare e desiderare cose che già conosciamo.

La delusione nei confronti della politica ha influito?
Il discorso è complesso e riguarda il sentimento collettivo di società ricche e mature. Le varianti sono molte ma lo schema è lineare: in politica non esiste il vuoto perché la società lo teme e perché le istituzioni continuano a funzionare. Inoltre,

i capi dei cosiddetti partiti sovranisti sono per lo più espressione della precedente classe dirigente.

Sono dei fuoriusciti o che hanno scalato partiti vecchi e stantii. Sono per lo più costruzioni di potenti macchine di comunicazione o il risultato della ignoranza delle elite, le quali, anziché cercare in profondità e verificare le informazioni preferiscono parlarsi addosso o fare spettacolo, come è successo negli Usa con Trump, arrivato alla Casa Bianca pressoché da solo. Questo modo di impadronirsi del comando è un modo antico e ha funzionato anche in case blasonate come quelle dei partiti popolari europei o dei partiti socialdemocratici.

Anche in Italia?
Salvini in questo è come Renzi. E come Renzi potrebbe finire. A questo tipo di leader vanno aggiunti quelli che hanno fondato movimenti nuovi usando tecniche di comunicazione politica come in Italia Grillo, in Spagna Podemos, in Francia Macron, in Svezia i nuovi democratici svedesi, in Germania i capi di ADP, ecc. Sfruttano la solitudine collettiva per occupare gli spazi elettorali lasciati dai partiti tradizionali in ritirata e spesso promuovono sul campo gruppi dirigenti improvvisati o disomogenei. Insomma, la rottura c’è stata, ma da qui a pensare che è partita la ricostruzione della democrazia occidentale ce ne corre.

Il problema è come gestire la crisi senza che bruci la casa comune.

In questo senso il sovranismo (il voler ritornare a fare come prima, quasi da soli), è il segno più di una incapacità a pensare la complessità che una vera e propria nuova dottrina politica. Il sovranismo è una rinuncia: in mezzo al guado esso opera per riportare indietro il popolo invece che per guidarlo nella traversata. Ma la Terra promessa dei sovranisti non si sa dove è, mentre quella dei sopravvissuti di una classe dirigente in disarmo è ormai logora perché il socialismo, il personalismo cristiano e le dottrine umanistiche e liberali non hanno saputo rinnovarsi, si sono impigriti.

C’è chi parla di crisi della democrazia, chi si spinge a paventarne (o augurarne) la fine. Lei cosa ne pensa?
Questo è un punto decisivo. Uno spartiacque. Tutto si può dire dei democratici, ma non si può sparlare della loro “madre” comune, della democrazia. Che la democrazia sia un regime politico “stupido”, quasi banale, lo sapevano anche gli ateneiesi che l’hanno sperimentata per primi e con scarsa fortuna. Che la democrazia abbia molti volti è noto a tutti gli studiosi e dunque bisogna avere il coraggio di rompere l’ultimo tabù contemporaneo e accettare di ragionare sul fatto che la democrazia possa scomparire. Il dilemma è sottile:

la democrazia ha bisogno di valori che vengono dal vissuto e che non hanno a che fare con il sistema politico, ma questi valori personali non bastano senza il sostegno di regole formali. Che è come dire che le buone intenzioni non bastano e che occorre costruire insieme dei codici di comportamento collettivo.

Bisogna intanto ammettere la possibilità che la democrazia liberale rappresentativa, il modello europeo che ha accomunato tutto il cosiddetto Occidente, non sia un “destino”, o un carattere genetico della politica occidentale. La democrazia non è “teleologica”, cioè non ha la capacità in sé di tirare il mondo dalla sua parte. Siccome noi veniamo dalla più lunga fase di pace e di prosperità che l’Europa ha vissuto da cinque secoli, la nostra democrazia ci appare naturale e non la veneriamo più come avevano fatto i nostri padri politici alla fine della Seconda guerra mondiale. Sta finendo la grande fase della pax europea del XX secolo che, dopo due guerre mondiali e due rivoluzioni, ha trovato nella democrazia e nella società dei diritti la propria rinascita.

E cosa dobbiamo aspettarci?

La democrazia che siamo riusciti a costruire non è dotata di poteri autonomi e demiurgici e alla fine succhia il latte di chi la guida. L’Europa di De Gasperi, Schumann, Monnet, De Gaulle, Churcill, Adenauer, era la visione di “eroi” formatisi nella prima metà del secolo e che avevano visto – o creduto di vedere – tutto il peggio della storia. Erano dei visionari dotati di un’enorme esperienza della miseria e della guerra e di fedi forti in valori universali.

Viviamo da troppo tempo l’illusione che la libertà sia come l’acqua e la sprechiamo.

Invece pace, libertà, sviluppo e giustizia non sono parole, ma i punti cardinali di una visione universale della vita fondata sul riconoscimento delle fragilità umane.

Marco Revelli scrive che “il populismo si manifesta quando un popolo non si sente rappresentato. È ‘malattia infantile’ della democrazia quando i tempi della politica non sono ancora maturi. È ‘malattia senile’ della democrazia quando i tempi della politica sembrano essere finiti”. È d’accordo?
Sì e no. Sì perché fotografa i due estremi della storia dell’Europa politica, dalla piccola città di Atene alla grande e stanca struttura dell’Unione europea. No perché non ci dice abbastanza sulla malattia attuale dell’Europa. La mancanza di rappresentatività è un problema, ma solo se si intende la rappresentanza ideale e morale, perché la rappresentanza dal punto di vista tecnico è garantita da libere elezioni anche in democrazie autoritarie. E il Parlamento europeo è eletto proporzionalmente dai cittadini europei. Certo quando l’immagine della politica è schifosa, o la si fa apparire tale, allora il riflesso naturale di grandi masse di elettori è quello di rifugiarsi nel bozzolo “popolare” che è un modo di farsi forza quando non c’è guida o il modo di arrendersi e di entrare nel recinto che ci hanno preparato.

Cosa si intende per popolo?
Del popolo possiamo avere infatti due accezioni fondamentali: la prima riguarda la volontà popolare nel momento in cui si esprime secondo regole democratiche rispettando l’autonomia e i diritti di ogni cittadino, la seconda è quella dell’idea di un popolo dotato di una sua personalità, di un’anima propria e di un destino autonomo. Questa seconda idea tribale è pericolosa e mistificante, perché apre le porte alla distruzione dei limiti e alla confusione dei ruoli.

Se la democrazia rappresentativa può essere vista come un grande gioco di società è chiaro che, come tutti i giochi, vale se si rispettano le regole e si si ha il piacere di giocare, mentre se si vuole rovesciare il banco tutto si rompe.

Ma si vede una direzione nella crisi? O si sta entrando in una terra sconosciuta?
Io penso che stiamo vivendo la coda del Sessantotto. Solo oggi noi stiamo vivendo il Sessantotto politico. Oggi, non allora, la politica è sotto attacco: cinquant’anni fa erano in discussione i comportamenti sociali, le relazioni di genere e tutte le forme arcaiche e contadine di autorità, ma la politica appariva ancora un mito, la via di uscita, l’orizzonte del cambiamento e del protagonismo popolare. Oggi invece la libertà è quasi assoluta dal punto di vista personale, e la politica appare l’ultimo ostacolo verso – e qui sta il problema – non si sa che cosa. Perché la politica e lo Stato ci avevano abituati a credere che pensassero loro a tutto. Un tradimento terribile della realtà e dei limiti della cosa pubblica, perché offusca il fatto che solo le leggi possono contrastare la schiavitù neocapitalistica e la sempre più dura ingiustizia sociale, fiscale, intellettuale. Se posso permettermi una osservazione di fondo, vorrei dire che la crisi politica mondiale a cui stiamo assistendo è il completamento del processo di trasformazione delle idee in cose operato da una alleanza tra tecnologia e capitale a cui la politica non doveva adeguarsi. Invece le élite politiche hanno creduto di poter interloquire alla pari con la scienza e con gli apparati industriali e di ricerca.

In democrazia chiunque può essere eletto e se l’eletto crede che in virtù della sua nomina possa ergersi a pari dei sapienti e dei ricchi sbaglia e si svilisce.

E quando le elite intellettuali anziché rivendicare la loro autonomia si fanno cortigiani di eletti “qualunque” tradiscono non soltanto loro ma se stessi. Una delle principali cause della crisi attuale è l’ignoranza, non il sapere, delle élite: non capiscono più le regole basilari della vita e costruiscono schemi meritocratici fatui e fasulli. Sembra un paradosso, ma il vero problema non è il populismo, ma il falso elitismo, la mancanza di idee, la mancanza di chi sa giudicare non solo tecnicamente. Io penso che la frontiera politica futura si debba costruire nell’educazione, nell’università, nelle arti e nella letteratura. Invece siamo pieni di “esperti” e di “professionisti”, ma poveri di intellettuali capaci di contemplare il mondo e di fondere pensieri.

Lei sostiene che il fenomeno che caratterizza il nostro tempo è quello della polarizzazione, che definisce per l’Europa una “regressione storica”. Perché e quali risposte si possono attuare?
Ho scritto e parlato contro la “polarizzazione” perché vedo nella strategia di ridurre a contrapposizione la complessità delle relazioni umane e dei problemi economici il pericoloso ritorno a leggi brutali di lotta. La vita umana non è binaria, mai. Il cervello è sempre multipolare e vive la complessità dei processi biochimici come una enorme opportunità. La memoria storica è per definizione prospettica e non lineare: cambia dai punti di vista, si trasforma a seconda delle domande e dei compiti che ci diamo. E la cultura occidentale, compresa quella cristiana, ha sempre praticato l’arte del pluralismo e della ricomposizione dei conflitti su piani diversi, così da creare una pluralità di sistemi codificati e di regolazione e così da valorizzare più competenze.

La polarizzazione predica l’opportunità della semplificazione ma in realtà taglia i legami.

Essa va per altro distinta dall’esercizio delle polarità, cioè dalla capacità di confrontarsi anche duramente nel rispetto di regole e nel mutuo riconoscimento del valore dei rispettivi punti di vista. Le polarità fanno parte della vita quotidiana e della vita sessuale, creativa, spirituale; ci abituano all’esercizio delle regole e ci aiutano a rimanere noi stessi pur attraendosi o respingendosi. La polarizzazione attuale è invece il risultato di una radicale banalizzazione della vita; è una sospensione onirica della complessità e un modo di fuggire dalle responsabilità.

Qual è il ruolo della Chiesa in questo contesto?

foto SIR/Marco Calvarese

Evitare che la polarizzazione diventi lo stile cristiano del nuovo millennio. Evitare la sindrome dell’accerchiamento. Evitare il purismo della stirpe eletta. Evitare la sciatteria del “faccio quello che posso” e cada Sansone con i filistei. Praticare la preghiera significa rinunciare a far prevalere il proprio punto di vista senza rinunciare a cercarne un’altro. La preghiera è arte della pazienza. Perdonare significa dare tregua alla sofferenza. Sopportare fortifica. Anche dal punto di vista teologico

si potrebbe cercare di ripensare la storia della Chiesa dal punto di vista dei bisogni e non soltanto dei doveri.

Il Signore ha indicato molti meno doveri di certi parroci ed ha molte volte rinunciato a condannare. Se la Misericordia di Papa Francesco servirà per capire che tante costruzioni mentali sono legittime e utili per capire ma non spiritualmente necessarie, si apriranno prospettive nuove di collaborazione tra i cristiani e il mondo. I cristiani saranno riconosciuti come coloro che sanno rinunciare alla pretesa dell’autosufficienza. Coloro che non sognano riconquiste. Soprattutto coloro che educano allo spirito critico e all’ironia. Perché ormai dietro ai leader del momento ci sono algoritmi potentissimi e squadre enormi di consulenti della comunicazione che fanno della “cattiveria” e della “bontà”, i pedali di una automobile da spingere alternativamente a seconda delle curve.

Dietro al Papa, ai vescovi, ai cristiani non c’è nessun algoritmo, semmai il Vangelo.

Almeno così si spera. E il Vangelo non è un algoritmo, ma un racconto e un discorso. Ecco, la Chiesa è un popolo che racconta la vita di Cristo e ragiona delle meraviglie dell’uomo, con passione. E la storia gli ha affidato forse il compito di sostenere e ripensare la democrazia, vale a dire di considerarsi sorella di un sistema politico che ha combattuto per secoli, ma che in realtà è stato figlio della storia religiosa europea. Appunto un esempio grandioso di polarità e non di polarizzazioni.

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