Damasco: l’ospedale italiano dove si cura l’anima con la medicina della speranza

La storia dell'ospedale italiano di Damasco dove vengono curati gratuitamente i più poveri della Siria in guerra. "Non chiediamo a chi cerca cure se è un ribelle, un terrorista, un governativo. Per noi sono tutte creature di Dio" raccontano la salesiana suor Carolin Tahhan e il primario Joseph Fares che a Roma hanno recentemente partecipato (13-14 settembre) a una riunione sulla crisi umanitaria siriana e irachena, promossa dal Dicastero vaticano per lo sviluppo umano integrale. L'impegno nel campo della formazione medica dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù

foto SIR/Marco Calvarese

Un “ospedale da campo” nel centro di Damasco, dove, per citare Papa Francesco, “curare le ferite e riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità… È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto”. Ed è ciò che accade nell’ospedale italiano di Damasco, fondato nel 1913 e oggi gestito dalle Suore Salesiane “Figlie di Maria Ausiliatrice”, coordinate da suor Carolin Tahhan. Situato nel quartiere di Mazraa al centro della capitale siriana, l’Ospedale Italiano è uno dei tre nosocomi, gli altri due sono l’ospedale francese sempre nella capitale siriana e quello di Saint Louis di Aleppo, tutti gestiti da congregazioni religiose, che fanno parte del progetto “Ospedali aperti”, ideato e avviato nel luglio 2017 dal nunzio apostolico in Siria, card. Mario Zenari, con l’apporto sul campo di Avsi, per offrire cure gratuite ai più poveri.

Cure gratuite ai più poveri. “Uscire fuori e andare a toccare la carne sofferente di Cristo. Non basta donare qualcosa al povero e al malato ma occorre toccare con mano la sua carne. Ed è quello che cerchiamo di fare nel nostro ospedale dove abbiamo aperto le porte a tutti, senza distinzione di fede o di etnia”, racconta al Sir la religiosa, nativa di Aleppo, che per il suo impegno a favore dei più vulnerabili è stata insignita del premio internazionale “Donne Coraggiose” 2017, assegnatole dalla Segreteria di Stato del Governo degli Stati Uniti d’America.

“Sono tutte creature di Dio. Offriamo cure gratuite ai più poveri.

Da quando il nostro ospedale ha aperto le porte vengono da ogni parte della Siria, in particolar modo dai luoghi dove ancora si combatte”. Dall’avvio del progetto nei tre ospedali cattolici sono state curate oltre 10mila persone, alla fine dell’anno saranno 16mila e 500. Una volta che il progetto triennale sarà terminato oltre 45mila malati avranno ricevuto cure gratuite. L’auspicio, più volte ribadito dal card. Zenari, è che si possa andare avanti grazie anche alla collaborazione di numerosi enti, come la Fondazione Policlinico Gemelli, la Papal Foundation e altri benefattori.

Medicine per lo spirito. Il nosocomio oggi ha una capienza di poco più di 50 letti, sei sale operatorie, locali per la radiologia e l’ecografia e un pronto soccorso, vi lavorano oltre cento tra medici e infermieri, ma non basta per soddisfare le richieste. La guerra lascia segni e ferite difficilmente rimarginabili. Come conferma il primario, Joseph Fares, specialista in chirurgia generale e laparoscopica. “Abbiamo istituito nel nostro ospedale un ufficio di assistenza sociale al quale le persone che cercano cure possono rivolgersi. La loro posizione viene vagliata e se ritenuta idonea queste vengono indirizzate alle cure gratuite”. Una missione molto apprezzata dalla popolazione locale. “Il 95% dei nostri assistiti professa la religione musulmana.

Una volta ricevute le cure necessarie ringraziano i medici, la Chiesa, e soprattutto rendono grazie a Dio, Ciò ha riflessi positivi sulla presenza cristiana” ammette il primario. Esami e medicine, nell’ospedale siriano, vanno di pari passo con la cura dello spirito. “Le prime medicine che somministriamo sono la fraternità e l’accoglienza – afferma suor Carolin – Tutti vengono trattati con la dignità che meritano, sono malati bisognosi di cure.

Chi varca la soglia del nostro ospedale viene accolto con dignità. Non gli chiediamo se è un ribelle, un terrorista, un governativo. Noi vediamo esseri umani che hanno bisogno di aiuto. Così facendo

curiamo l’anima e il corpo di questi fratelli malati infondendo loro speranza,

testimoniando che il bene, nonostante la guerra, esiste ancora”. Non poco per la Siria di questi anni.

Ricerca, bene da donare. A offrire aiuto sanitario alla Siria è anche l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù che a Damasco, sotto l’egida dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, si occupa di formare medici e operatori sanitari. La guerra, infatti, ha spinto molti “bravi” medici a lasciare il Paese per trovare lavoro in Occidente. In questi giorni è partita per la Siria una delegazione medica del nosocomio pediatrico romano per una campagna di formazione nella capitale siriana. La speranza, come dice la presidente Mariella Enoc, è che “si possa lavorare anche ad Aleppo. Nel frattempo accogliamo anche a Roma bambini siriani bisognosi di cure particolari, tra loro molti ustionati a causa delle bombe”. L’impegno in Siria va ad aggiungersi a quello già in atto in altri Paesi della regione, come la Giordania dove si sta organizzando un centro per l’autismo.

“Il nostro impegno nel campo della formazione – sottolinea Enoc – è stato concertato con lo stesso card. Zenari. In questo modo cerchiamo di donare il nostro sapere che, per un ospedale di 400 ricercatori, è quanto di più prezioso abbiamo. La ricerca è un bene da donare”.

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