Il metodo Rondine per la risoluzione dei conflitti. Vaccari: “Vogliamo renderlo universale”

Occorre “uscire dai veleni dell’inimicizia che incubano ovunque”, ribadisce Franco Vaccari, presidente di Rondine, a margine della presentazione alla Camera dei Deputati del Rapporto Annuo 2017 e della ricerca “Studio e divulgazione del metodo Rondine per la trasformazione creativa dei conflitti”, realizzata dalle Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Università degli Studi di Padova con il contributo di Fondazione Vodafone Italia

foto SIR/Marco Calvarese

“Uscire dall’inganno avvelenato da una cultura falsa che alimenta l’idea del nemico” per superare i conflitti e costruire relazioni capaci di favorire sviluppo e pace. È l’esperienza che i giovani provenienti da zone di conflitto – dal Medio Oriente al Caucaso, dall’Africa sub-sahariana all’India, fino ai Balcani e all’America – vivono a Rondine, nella Cittadella della Pace di Arezzo, e che ora diventa un “metodo”, codificato e riconosciuto a livello accademico, pronto per essere condiviso e applicato in diversi contesti. Occorre “uscire dai veleni dell’inimicizia che incubano ovunque”, ribadisce Franco Vaccari, presidente di Rondine, a margine della presentazione alla Camera dei Deputati del Rapporto Annuo 2017 e della ricerca “Studio e divulgazione del metodo Rondine per la trasformazione creativa dei conflitti”, realizzata dalle Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Università degli Studi di Padova con il contributo di Fondazione Vodafone Italia.

Presidente, in cosa consiste il “Metodo Rondine” per la risoluzione dei conflitti?
Consiste nel dare in mano alle persone, di qualunque estrazione e cultura, la possibilità di non soccombere sotto i conflitti. Significa cioè attrezzarle perché dai conflitti tirino fuori sviluppo personale, sociale e politico anziché soccombere. E questo si fa dando alla persona consapevolezza della propria forza, del fatto che le relazioni non capitano ma si costruiscono, si puliscono dai veleni del dolore, della rabbia, dalle ferite e poi si sviluppano. Le relazioni sono sempre un sogno possibile.

Questo metodo Rondine lo ha testato per prima…
Rondine viene da 20 anni di laboratorio a cielo aperto dove giovani che vengono da Paesi in guerra hanno deciso di essere protagonisti di questo metodo che si è perfezionato strada facendo, grazie a loro stessi.

I ragazzi arrivano con un patrimonio avvelenato di inimicizia, sono incolpevoli ma sono nati in territori dove l’altro è il nemico. A Rondine fanno un percorso insieme di due anni, stanno con il nemico e scoprono che c’è una persona: questo permette di uscire da un inganno avvelenato da una cultura falsa che alimenta l’idea del nemico.

Rondine lavora sull’idea del nemico e ci insegna a decostruire questo inganno per uscirne e sviluppare pace.

Una buona prassi che diventa metodo. Quali sono le prospettive?
Crediamo siano ampie. Abbiamo esperienze in tutti i continenti: in Africa, in Asia, nel Caucaso, in Europa. E c’è un grande interesse da parte degli Stati Uniti. Da qui oggi annunciamo la prima discussione internazionale su questo metodo perché in Usa ci sono grandissimi studiosi che mancano di esperienza e Rondine, che è un’esperienza vincente, ha bisogno di studiosi che possano renderla trasferibile.

Può essere applicato anche ad altri livelli, in una società dove odio, intolleranza e violenza crescono e sono amplificati dalla rete e dai social?
Vogliamo che sia un metodo universale. Lo stiamo sperimentando con i giovani italiani che fanno il quarto anno di liceo a Rondine e che hanno il loro bagaglio di conflitti sociali: l’immigrazione, i territori dominati dalla paura delle mafie nel Sud dell’Italia. Noi li attrezziamo per essere generatori di relazioni non avvelenate che creino sviluppo.

Cosa chiedete alla politica?
Chiediamo l’accoglienza di una possibilità di uscire dai veleni dell’inimicizia che incubano ovunque.

Si può essere avversari, ma non nemici, pensarla in modo differente ma non distruggersi, confliggere e crescere.

Non si tratta di non confliggere. Questo è l’inganno: si pensa che il conflitto sia una cosa solo negativa. È inutile aumentare la retorica dei diritti dell’uomo se non si toglie l’inganno del nemico.

In un momento in cui la questione migranti è al centro dell’attenzione politica, con accenti diversi, quale è il messaggio che arriva da Rondine?
La questione delle migrazioni è sterilizzata su un’emergenza che dura tutti i giorni, mentre bisognerebbe allargare lo sguardo e sviluppare un pensiero senza il quale riduciamo tutto a slogan. Ma chi accetterebbe di essere ridotto a slogan?

Con il progetto “Il diritto a non fuggire”, finanziato con i fondi della Campagna Cei “Liberi di partire, liberi di restare”, Rondine forma leader che possano essere capaci di incidere sulla realtà politica e civile locale di Mali e Nigeria. L’accoglienza è la via per la pace?
Si tratta di un progetto interessantissimo perché dà voce a quello che facciamo da 20 anni, non in chiave di respingimento o di non accoglienza, ma di solidarismo perché una via per lo sviluppo è quella di superare i conflitti che degenerano in guerra. Al centro c’è il tema dello sviluppo, l’immigrazione dovuta alle guerre è una conseguenza. Con questo progetto lavoriamo alla radice del mancato sviluppo a causa della guerra.

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