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Patriarca Mor Ignatius Aphrem II: “Venite in Siria e parlate con la nostra gente”

“Abbiamo bisogno che i leader delle Chiese vengano, vedano come vivono le nostre Chiese, parlino con la gente ordinaria in modo che capiscano dal di dentro cosa realmente sta succedendo in Siria”. È l’appello lanciato alle Chiese d’Europa da Mor Aphrem II, patriarca della Chiesa siro-ortodossa, parlando ai giornalisti italiani a Novi Sad. E riguardo alla giornata di riflessione e preghiera sulla situazione drammatica del Medio Oriente, indetta a Bari da Papa Francesco per il 7 luglio, afferma: “Non è solo un’iniziativa spiritualmente ispirata ma è anche un forte segno per i cristiani in Medio Oriente perché sentano che le Chiese nel mondo sono con loro. Per molte ragioni noi sentiamo di essere stati abbandonati dalla comunità internazionale. Quindi sì, sono molto felice di questa iniziativa e mi sto organizzando per essere presente”

Il dolore per l’esodo continuo dei cristiani dalla Siria. L’appello alle Chiese europee perché aiutino i cristiani del Medio Oriente a rimanere nelle loro terre e ai loro leader perché vadano in Siria, parlino con la gente, conoscano la verità. E, infine, il plauso a Papa Francesco per aver indetto una speciale Giornata di preghiera e riflessione per la pace in Terra Santa a Bari, il 7 luglio. “Un forte segno per i cristiani in Medio Oriente perché sentano che le Chiese nel mondo sono con loro. Per molte ragioni noi sentiamo di essere stati abbandonati dalla comunità internazionale”. Si lascia intervistare a tutto campo dai giornalisti italiani Sua Santità Mor Ignatius Aphrem II, patriarca della Chiesa siro-ortodossa. È stato relatore a Novi Sad, in Serbia, all’Assemblea generale della Kek intervenendo nel giorno in cui le Chiese europee si stavano interrogando sul tema dell’“ospitalità in Europa”.

Santità, qual è oggi la situazione dei cristiani in Siria e che cosa la preoccupa di più?
È molto doloroso per noi vedere che così tanti cristiani sono obbligati a lasciare la Siria. Crediamo che questo sia un fatto allarmante non solo per noi ma direi per il mondo intero. Per i musulmani stessi in Siria è un male, per i cristiani… Siamo in Siria dall’inizio del cristianesimo. Ma oggi c’è il timore reale che un giorno non ci siano più cristiani in Siria, in Iraq, in Turchia. La fuga dei cristiani è un fenomeno che chiede di fare qualcosa, e questo qualcosa è aiutarli a non andare via. Abbiamo fortunatamente vissuto per molti anni in Siria con un governo che era amico dei cristiani. Un governo che ha sempre appoggiato la libertà religiosa, la possibilità di praticare liberamente il culto. Un governo che ha fatto sentire sempre i cristiani accettati. Il timore è che senza questo governo i cristiani possano diventare oggetto di persecuzione. L’alternativa che si prospetta e che noi temiamo è un governo islamico, come è successo in altri paesi del Medio Oriente. È chiaro che i fratelli musulmani si stanno preparando a prendersi la Siria. Ed è la ragione per cui stiamo pregando perché questo processo abbia fine e i cristiani possano vivere in Siria.

Qual è il ruolo della Chiese?
La Chiesa, in tutte le sue denominazioni, ortodosse, cattolica, protestante, sta giocando un ruolo leader nel rispondere ai bisogni della gente. In termini di aiuti ma anche in termini di sviluppo. Con progetti e programmi che mirano a creare opportunità di lavoro alle persone. Perché dire alle persone di rimanere non è sufficiente. Occorre creare le condizioni necessarie perché le persone possano rimanere. Solo per dare un esempio, le Chiese inaugureranno questa estate una Università a qualche chilometro di distanza a Nord di Damasco. Si tratta di una Università aperta a tutti, cristiani e musulmani. Speriamo che grazie a questa iniziativa si possano creare posti di lavoro, favorire la formazione dei giovani in loco. Ci sono poche attività imprenditoriali che permettono alle persone di lavorare. Se si vogliono aiutare le persone, bisogna anche creare posti di lavoro. Preservare la presenza cristiana in Siria, significa anche sostenere i cristiani aiutandoli a rimanere con le loro famiglie. È una cosa che le Chiese stanno cercando di fare, oltre agli aiuti umanitari, oltre all’accoglienza di chi è stato obbligato a lasciare i villaggi e le città, dando loro cibo, acqua, beni di prima necessità, vestiti. Tutto quello di cui hanno bisogno. Ora dopo oltre 7 anni di guerra, le cose vanno meglio. I cristiani stanno lasciando ancora la Siria ma non così tanto come agli inizi, quindi il tasso di chi lascia si è abbassato. Ci sono cristiani fuori dal Paese che vorrebbero tornare indietro, ma la maggior parte sfortunatamente non lo farà, specialmente chi si trova in Paesi lontani come in Europa, in America, in Australia, in Canada.

(Foto: AFP/SIR)

Due vescovi sono stati rapiti. Con loro anche Paolo Dall’Olio. Lei cosa pensa? Sono vivi? Cosa significa in Siria non perdere la speranza?

Sfortunatamente non abbiamo alcuna notizia se siano vivi o no. Ma noi

abbiamo la speranza che siano vivi perché fino ad oggi non abbiamo le prove del contrario.

Essere aperti alla speranza. Fino ad oggi, non abbiamo sentito alcuna indicazione negativa rispetto alla loro sorte. Stiamo facendo di tutto per avere informazioni. Purtroppo, non abbiamo alcuna seria notizia da nessuna parte. Né dagli americani, né dai russi, né dai governi e Chiese del Medio Oriente, né dalla Turchia. Nessuno ci sta dando informazioni serie. Ma noi continuiamo a pregare per loro, a fare tutto ciò che è in nostro potere per avere informazioni su di loro.

Cosa chiede alle Chiese europee? Ha un appello, un messaggio?
Alle Chiese d’Europa chiediamo di pregare per noi e di aiutarci. Ciò di cui abbiamo bisogno è sapere che le Chiese in Europa sono con noi. Desideriamo soprattutto che vengano a visitarci. Possono venire per conoscerci, non per fare mediazione politica. Possono venire e visitare le nostre chiese, andare nelle strade, parlare con la nostra gente, sentire cosa dicono e cosa pensano. Poche delegazioni sono venute da noi. Ci sono state molte delegazioni politiche da diverse parti d’Europa e qualche Chiesa è venuta, dall’Inghilterra, dalla Svezia, dagli Usa. Ma

abbiamo bisogno che i leader delle Chiese vengano, vedano come vivono le nostre Chiese, parlino con la gente ordinaria in modo che capiscano dal di dentro cosa realmente sta succedendo in Siria.

Quello che riportano i media non è la verità, non raccontano l’intera storia. Avvertiamo purtroppo che i media danno notizie da prospettive parziali, di parte, dando alcune notizie ma coprendone altre. La verità va detta ma solo venendo da noi, solo parlando con le persone si può avere l’idea di ciò che sta succedendo in Siria.

Papa Francesco sta organizzando per il 7 luglio a Bari una Giornata di preghiera e riflessione sulla situazione in Medio Oriente ed ha intenzione d’invitare Capi di Chiese e Comunità cristiane di quella regione. Cosa pensa di questa iniziativa? Lei parteciperà?
Papa Francesco è una delle persone che vive per noi. In molte occasioni ho detto che Sua Santità prega per la Siria e per il Medio Oriente. Ha la Siria e il Medio Oriente nel suo cuore. Il fatto che abbia richiamato tutti i leader cristiani per una Giornata di preghiera e riflessione non è solo una iniziativa spiritualmente ispirata ma è anche

un forte segno per i cristiani in Medio Oriente perché sentano che le Chiese nel mondo sono con loro. Per molte ragioni noi sentiamo di essere stati abbandonati dalla comunità internazionale. Quindi sì, sono molto felice di questa iniziativa e mi sto organizzando per essere presente.

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