Padre Nazareno Lanciotti, missionario italiano ucciso nel 2001 ai confini con la Bolivia

La foresta del Mato Grosso, le piste del Pantanal, i piccoli villagi erano divenati da anni la loro casa. I due missionari italiani, non trattengono le lacrime quando parlano della dolcezza del loro compagno di strada. “Era il più santo e il buono di noi tre” dice padre Celso, facendo eco ai ricordi dei lunghi cenacoli di preghiera che aveva fatto in tutto il Brasile

“Erano passate da poco le 21 dell’11 febbraio del 2001. Un giorno tanto caro alla comunità parrocchiale di Jauru, una cittadina della diocesi di Caceres, dove padre Nazareno Lanciotti si era fermato come missionario prima, come parroco poi, dopo il suo distacco dall’operazione Mato Grosso”.
Così comincia il racconto sull’attentato e il presunto martirio di padre Nazareno, uno del gruppo dei tre italiani che scelsero di “restare” incardinati per amore nella diocesi di Caceres. La foresta del Mato Grosso, le piste del Pantanal, i piccoli villagi erano divenati da anni la loro casa. I due missionari italiani, non trattengono le lacrime quando parlano della dolcezza del loro compagno di strada. “Era il più santo e il buono di noi tre” dice padre Celso, facendo eco ai ricordi dei lunghi cenacoli di preghiera che aveva fatto in tutto il Brasile. Padre Anselmo, che non ha dimestichezza con le interviste, e che ci confida che è la prima volta per lui, ha il volto rigato dalle lacrime. Quando ci parla del missionario “incontrato qui in Brasile, un uomo appassionato di Cristo e del Vangelo, con un amore smisurato per la Vergine Maria, forte e coraggioso, con un piglio profetico quando parlava di valori, di famiglia e di vita”. I due sacerdoti, proseguono gli appuntamenti mensili, i ritrovi, gli impegni pastorali così come quando erano in tre, sulla stessa barca, “aggrappati solo al Rosario e al Signore Gesù”.

Quanti episodi di solitudine, incomprensioni, attese e difficoltà nella foresta e nelle piste fangose, ma mai si sono detti “scoraggiati” in questi sessant’anni. Il loro impegno ha come pietra miliare “la morte” di Nazareno, quell’attentato che ha cambiato la loro vita, lo loro stessa missione. “I cristiani non sanno ben vivere, sanno morire bene, da testimoni”.
Quella sera delll’11 febbraio c’erano in canonica alcuni amici del missionario, la tavola era imbandita a festa e i due “ritardatari” (don Nazareno e il dottore) si erano seduti da poco quando la tranquillità fu turbata da due uomini che, con volto coperto e armati di pistola, erano penetrati nella missione. Finte minacce, richiesta di soldi poi la trattativa chiave, per la chiave cassaforte. Tutto si rivelerà una grottesca messa in scena.

Il denaro resterà sul tavolo dopo la loro fuga, le provocazioni ai presenti e particolarmente al “prete” che si era offerto al posto degli ospiti teantivi per una reazione.

Il nervosismo cresceva attimo dopo attimo, poi, i due killer cominciano la roulette russa nella sperenza di qualche reazione. Un solo proiettile nel tamburo del revolver e infine il via al terribile gioco.
Un primo click ad una ragazza, Simona, poi, un altro sulla spalla di Alair seduta accanto, poi la scelta di interrompere il ciclo e di dirigersi dall’altra parte del tavolo dove era seduto il sacerdote. L’attentore si era accorto che il proiettile era pronto in canna; sussurrò qualcosa all’orecchio e dopo poco premette il grilletto. “Avrà detto qualcosa di terribile” riferisce uno dei due amici, perchè Nazareno reclinò il capo (come Gesù), capì che era il momento della sua morte e non disse più nulla. Quel lieve movimento del capo però deviò il colpo e non provocò la morte istantanea, come avrebbero desiderato i due killer che si diedero alla fuga; il sacerdote fu soccorso dai presenti, che gli fecero anche la comunione, poi su una coperta lo trasportarono a piedi verso il vicino ospedale distante meno di cento metri. Qui gli prestarono le prime cure ma per la gravità della situazione e la paura di nuovi attentai fu organizzato il trasferimento verso l’ospedale più grande a Cuiabà.

Un fazenderos, Henrique Duarte, mise a disposizione il suo areo e partirono di notte, contro la volontà dell’autorità preposta ai voli aerei che comminario al pilota una sonora multa. Il giorno seguente il sacerdote venne nuovamente trasferito a San Paolo. Padre Celso ebbe modo di raggiungerlo in ospedale dove raccolse le sue ultime confidenze, e perdonando i suoi attentatori. I fedeli di Jauru pregarono ininterrottamente per dieci lunghi giorni. In ospedale lo accudirono alcuni amici sacerdoti e laici, il vescovo, padre Celso e padre Stefano Gobbi. Fu lui stesso a raccontare ai confratelli, con un filo di voce, quello che il killer aveva sussurrato: “Io sono il demonio, sono venuto ad ammazzarti perchè tu qui ci dai troppo fastidio”. Il 22 febbraio, alle sei del mattino, padre Nazareno morì nella sua stanza di ospedale a San Paolo. I suoi funerali furono un trionfo e il suo corpo fu deposto nella sua Chiesa parrocchiale, accanto all’altare, sotto lo sguardo della Vergine che aveva tanto amato e fatto amare.

Ma cosa aveva fatto per meritare la morte?
Ci fu un’indagine delle autorità che i testimoni definirono blanda e senza grandi risultati. Ma i suoi parrocchiani, i suoi amici, testimoniarono che padre Nazareno aveva “trasformato” il volto del piccolo villaggio di Jauru. Era arrivato nel 1972 in Brasile per una esperienza nella diocesi di Caceres, dopo sei anni di sacerdozio in Italia. Era stato infatti ordinato il 29 giugno del 1966 ed aveva svolto i primi anni di ministero come vice parroco a Roma nella parrocchia di san Giovanni Crisostomo. Giunto in Brasile si trovò una diocesi vastissima, senza sacerdoti, di 105 mila kmq e con tre sole parrocchie. Fu completamente travolto dalla missione e per 29 anni si adoperò a servizio di questa terra. Fu così accolto dal Vescovo come sacerdote fidei donum prima, poi si incardinò definitivamente come parroco. Dal 1974 si ritrovò tra tanta povertà nella parrocchia di Jauru, in una cadente baracca nella foresta, che però, in pochi anni, trasformò in una bellissima chiesa, elevata a parrocchia il 12 ottobre 1976 sotto il titolo di Nostra Signora del Pilar. Gradulamente la cittadina crebbe.

Il sacerdote era vicino a tutte le famiglie con la predicazione, i sacramenti e la carità.

Un profondo amore per la Vergine accompagnava la sua giornata, la celebrazione eucaristica in una delle 58 comunità (frazioni sparse nella foresta) scandiva le ore e i giorni. Scelta pastorale fu quella di permettere a tutti di andare a scuola e garantì questo servizo fino al 1999, quando lo Stato ne aprì una davvero pubblica nella cittadina. Accanto all’istruzione si realizzò il piccolo ospedale tanto da diventare l’unico punto di riferimento sanitario in un perimetro di oltre duecento chilometri.

L’insegnamento morale e le scelte sanitarie lo portarono a incoraggiare la difesa della vita come dono inviolabile di Dio. Nel suo centro sanitario era proibito l’aborto, la chiusura delle tube, così come tutte le pratiche anticoncezionali e abortive. Divenne in breve un centro di eccellenza ma attirava gelosie e tanti furono i tentativi di appropriazione da parte di gruppi di potere locale. Si adoperò, insieme a padre Celso, per la formazione del clero locale con un seminario minore. Ma erano gli anni della teologia della liberazione e i giovani, appena entravano nel grande Seminario, si perdevano o la formazione veniva “praticamente stravolta” racconta con tristezza ancor oggi il confratello italiano.

La carità non mancava verso disabili ed anziani abbandonati. Per loro pensò quello che è chiamato attualmente “l’asilo dei vecchi”.

Un villaggio bellissimo, dotato di confort e pulizia per ospitare con dignità le persone abbandonate. Puntò naturalemnte sulla vita spirituale, tanto che ancora oggi, i suoi parrocchiani ringraziano Dio per essere stati formati e tenuti lontani dai pericoli della droga, della prostituzione e della vita dissoluta.
Jauru è paese di confine con la Bolivia. I narcotrafficanti vi scorazzavano quasi indisturbati. Ma le strategie pastorali non permettevano loro di fare presa sui giovani, “li aveva tutti in pugno. Con i ritiri e le riunioni impediva alla maggioranza di andare nei locali il sabato e la domenica. Aveva formato tantissime famiglie cristiane”, ci ricorda don Anselmo.
Il segreto della sua vita fu la preghiera, l’amore per la Chiesa e la Vergine Maria. La bussola fu la Parola di Dio e il magistero del Papa che non mancava di trasmettere ai suoi giovani.
La sua ultima catechesi, il sabato precedente l’attentato, fu sul discorso che Giovanni Paolo II fece alla Gmg del 2000 ai giovani che erano a Roma per il Giubileo. Copia stampata da intenet è ancora lì, sul comodino della sua stanza in seminario. Dal 2005 è aperta la sua causa di beatificazione per il presunto martirio subìto in odio alla fede.

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